Non è colpa di nessuno
mercoledì, 24 ottobre 2007
Modena

Erano le due di notte di ieri sera, io stavo per andare a dormire, felice per il magnifico giorno di riposo dal lavoro dell'indomani (cioè oggi) e felice anche perchè avevo passato una bella serata in compagnia di alcune amiche con la predisposizione all'introspezione alcolica: la mia preferita fra tutte le introspezioni!
Ma non ho spento il cellulare in tempo, come Fantozzi per tutta la vita non riuscirà mai a staccare in tempo la cornetta del telefono prima che Filini possa chiamarlo per fargli perdere l'attesissima partita dell'Italia in cambio del film d'autore in lingua cecoslovacca (ma con i sottotitoli in tedesco).
Quando il mio cellulare squilla, la suoneria (che non è più "Pride" degli U2) ricorda un pò quella di Fantozzi.

Non ricevo mai molte belle telefonate dai miei: in realtà la mia è una strana famiglia, che ho sempre ritenuto essere normalissima finchè non ne ho conosciuto altre. Raramente ci telefoniamo per ridere fra di noi (e poi, fra di noi ridiamo raramente, punto, preferibilmente ridiamo con gli altri), più spesso vengo scelto come terminale ultimo (e unico) degli sfoghi di parte dei componenti la famiglia D., spesso diretti contro qualche altro componente della famiglia D. Penso sia qualcosa che si trasmetta con il corredo genico, ci sono stati litigi in molte delle generazioni passate, ma chissà, quei miei avi dormivano in sette-otto in un'unica stanza e mangiavano sempre in sette-otto in un unico piatto e magari litigare doveva essere quasi normale fin dall'infanzia, e si continuava man mano che si cresceva con l'unica differenza che da bambini le liti si ricomponevano davanti ai genitori e da adulti invece venivano ricomposte davanti ai notai (ma per poco: voglio dire, c'era ben poco per cui litigare). Invece io e i miei fratelli, vabbeh, abbiamo diviso una sola stanza per lunghi anni, ma eravamo solo in tre, e abbiamo mangiato in piatti diversi, però alla fine i notai sono arrivati anche da noi. Col senso di colpa di essere stato mantenuto dalla mia famiglia fino alla laurea (sono divenuto autosufficiente a 25 anni, e poi in realtà quel senso di colpa è più che altro vigliaccheria, nel senso che non ho proprio il coraggio per litigare in famiglia) ho fatto allora il bel gesto di rinunciare a quasi tutta la parte che mi spettava della mia "eredità" anticipata (mio padre e mia madre vivono, spero per altri cent'anni o al massimo finchè loro vorranno e non noi), eccezion fatta per una somma tutto sommato irrisoria che investii nell'acquisto di una casa (che ho poi in maniera del tutto predicibile lasciato alla mia ex-moglie: perchè siamo tutti capaci e bravi ad essere un pò coglioni, ma pochi osano esserlo fino in fondo). Questo bel gesto però (unitamente all'esercizio della mia professione su qualcuno della mia famiglia a caso, e poi, più seriamente, al fatto che comunque loro mi vogliono bene e io ne voglio a loro) mi ha concesso questo ruolo super partes (manco fossi Napolitano): ascolto, anche quando davvero non vorrei perchè sono stanco o magari non vorrei e basta perchè magari sto a Milano solo come un cane e vorrei che qualcuno mi telefonasse per ridere e non sempre e solo per telefonate tristi che quando chiudo il telefono, cazzo, mi sento ancora più triste e stanco e svuotato di prima. Non che possa esimermi dal compito: l'accusa (subdola) di egoismo è lì bella pronta, e allora mi sottopongo al rito.
La mia è una strana famiglia, lo dico davvero. Si può sbagliare per disinteresse verso gli altri e si può sbagliare per troppo amore verso gli altri e credetemi se dico che noi (la famiglia D.) sbagliamo sempre per troppo amore e questo è il caso peggiore.

Così quella telefonata di ieri sera mi porta a sapere da fratello 2 che fratello 1 oggi era a Modena per un casino in cui si era cacciato ed era da solo, come sempre nella sua vita che ha tramutato, nonostante moglie e tre figli amatissimi, in una solitaria rivincita verso la famiglia D. che lo maltrattato/sottovalutato/non corrisposto.
Fratello 1 ha 50 anni. Un giorno, da bambini, per ripararmi da una botta di scopa in arrivo presumibilmente sulla mia testa da parte di una mamma arrabbiata (ve l'ho detto che siamo una strana famiglia) si rompe il polso, o almeno così la so io perchè mamma oggi che ha 74 anni di queste cose parla poco volentieri, ovvio. Fratello 1 era Dio per me, poi per fortuna cresci e diventi ateo. Ma è fratello 1, oggi a Modena, da solo, in un casino, e io ho il giorno di riposo al lavoro e alle due e venti decido che la sveglia libera diventa sveglia alle sei, mentre fratello 2 mi trasmette come sempre la sua preoccupazione, ma anche il suo astio verso fratello 1.

Modena è qui a 170 km. Vado.

Nove anni di Milano e la sua nascosta pomposità, che è tale persino nelle case di ringhiera ristrutturate, figuriamoci nei bellissimi-bruttissimi palazzi grigi in stile pseudo-liberty che troneggiano un pò ovunque dentro e fuori la cerchia, mi avevano fatto scordare l'Emilia vera. Oggi, a Modena, l'Emilia me la ricordano le case gialline a 3-4 piani, squadrate, quasi senza balconi, con un giardino senza fiori che corre intorno per non più di tre o quattro metri di perimetro, quelle case, quella semi-periferia profonda e per bene descritte così meravigliosamente senza mai fare ricorso a una immagine che sia una da Guccini nella canzone "Il pensionato", e in fondo è anche lui un pò modenese, quelle case che somigliano così tanto a quelle di via Castelmerlo, al quartiere San Vitale non lontano dal Sant'Orsola (il 14..), dove abitava lei quando avevo tutto e nulla davanti.


Invidio le famiglie giovani, hanno tutto ancora davanti a se. I bimbi piccoli o perlomeno in età scolare, i pranzi consumati assieme come regola e non come eccezione, normalmente non contemplano lutti o malattie ma al limite voti a scuola. Poi un figlio cresce e va via, una madre piange in segreto in cucina, e qualcosa si rompe e tu tenti di ritrovarne il filo in un'odore particolare in cucina o in quel rumore che fa il portone di casa tua richiudendosi dietro di te quando scendi da un treno che ti ha tenuto sveglio tutta la notte, ma non ci riesci mai.
Si può sbagliare per troppo amore e così una delle cose più importanti che ho capito nella mia vita è stata che crescere significa in gran parte liberarsi dal peso che la famiglia mette sulle tue spalle in maniera tanto involontaria quanto inesorabile; posso dire di esserci riuscito e forse per questo voglio bene oggi a un padre troppo assente per un bimbo vivace ma infelice come ero, a una madre che ha sopperito a questo con affetto e amore ma capace di scatti d'ira e permalosità per i quali, purtroppo, non ha mai chiesto scusa neanche a se stessa (però lei quel giorno che andai via mi sorrise quando partii e poi pianse in segreto in cucina e io questo non l'ho dimenticato e gliene sono grato), posso dire di voler bene a due fratelli troppo più grandi di me per non essere presi a modello da un bambino solitario, due fratelli che sono persone meravigliose se prese singolarmente ma che purtroppo la vita ha posto più vicino di quanto doveva.

Mi chiedo se G. ha capito perchè oggi sono comparso all'improvviso davanti a lui in quella via del centro di Modena, se ho girato con lui per uffici e segreterie, se infine l'ho ascoltato per quasi tre ore, quasi senza interrompere, fino a quando i suoi occhi si sono inumiditi e anche oltre mentre diceva che a 50 anni non si dovrebbe piangere e io posso solo dire che di certo si può piangere a 40. Mi chiedo se ha capito che ero lì non con la presunzione di aiutarlo, ma semplicemente con il desiderio di non lasciarlo solo, di essergli vicino, perchè troppe volte la mia famiglia ha fatto precedere il cuore dalla ragione e il pudore ha preso il posto degli abbracci.
Poi non ce l'ho fatta più ad ascoltare, gliel'ho detto e credo abbia capito, non ho debiti morali
da estinguere verso la mia famiglia, solo quello di amarli, ma amare per me è sempre stato e sempre sarà un atto di libertà.
Non voglio più ascoltare, parlatevi fra di voi se ce la fate, ma io non voglio più stare a sentire e immagazzinare tutto questo e poi spegnere cellulari, o abbracciare persone, salutare, andare via, e morire un altro pò mentre voi (forse) vi sentite più sollevati.

Ma tanto lo so che non cambierà niente: vi ascolterò ancora, purtroppo sono il più forte, o forse il più codardo, o forse sono solo il più piccolo di tre fratelli che si vogliono troppo bene per vivere serenamente insieme.
Nino
postato da: Bad alle ore 23:47 | Permalink | commenti (20)
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domenica, 21 ottobre 2007
Non è Schumi, però...
... mi rende comunque felice. Un applauso al rappresentante di categoria, secondo la felicissima definizione di Veronica.

Kimi campioneKimi campioneKimi campioneKimi campioneKimi
postato da: Bad alle ore 19:15 | Permalink | commenti (6)
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giovedì, 16 agosto 2007

Scarsa visibilità

La solitudine è uno stato di diversa percezione delle cose.

postato da: Bad alle ore 23:36 | Permalink | commenti (15)
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giovedì, 03 maggio 2007
Tolleranza zero

Giuro, non avevo nessuna intenzione di scrivere un post. Non scrivo più perchè ho maturato la profonda convinzione che i casi miei non meritino lo sforzo di essere spiegati su una pagina (seppure di un blog poco letto), mentre i casi di questa Italietta da strapazzo mi danno il voltastomaco, da qualunque delle due fazioni (apparentemente avversarie) provengano. Il nascente partito democratico che sarebbe di sinistra, sì, vediamo, tagliamo un pò qua e un pò lì, no, con i socialisti europei non si può (e dove allora? Con i popolari?), così bello e pulito da incassare subito i complimenti del berlusca (il furbastro: sa che con i suoi complimenti ha già tolto al nascituro PD il 20% dei voti della sinistra, dirottandoli sulla più innocua (elettoralmente parlando) coalizione di sinistra (estrema, la definiscono, mi viene da ridere solo a pensarci).
Non riesco più neanche a leggere "Repubblica", hanno ragione a parlare di un regime, ditemi voi che differenza passa tra "Repubblica", "Corsera", "La Stampa"... tutti uguali, tutte voci ben intonate di un regime subdolo e suadente.
Se chi perde le elezioni non va fuori dalle balle ma rimane sempre lì a gestire potere, se i mezzi di informazioni dicono tutti sempre la stessa cosa, come dobbiamo chiamarlo se non regime? Ditemelo voi.

Insomma, me ne stavo bel bello sul mio Aventino personale della scrittura, ma poi leggo questa storia del poveraccio di Rivera, e davvero mi girano troppo i cosiddetti.
La storia la conoscete tutti (non sarà il caso di spiegarla ai miei ventiquattro lettori, uno in meno di quell'altro).
La reazione proveniente d'oltretevere (definire "terrorista" un conduttore che aveva pronunciato un paio di frasi neanche troppo ingiuriose in cui manifestava il suo dissenso dalle posizioni della Chiesa in materia di evoluzionismo, ricerca scientifica, e comportamenti etici) è stata di una violenza inaudita persino in rapporto a quanto vissuto negli ultimi anni nell'Italietta delle banche e dei centridestra-centrisinistra-tutti insieme appassionatamente). La parola "terrorista", negli ultimi anni, evoca scenari ancora più spaventosi che negli anni di piombo. Ogni regime che si rispetti, infatti, ne crea (di terroristi) a dismisura, potendo contare sull'immediato consenso del popolo pronto a stringersi attorno a colui che sta sul ponte di comando alla vista di una minaccia, vera o presunta che essa sia. Il grazioso cadeau che l'undici settembre ha fatto ai reazionari di ogni risma che si aggirano per il mondo (e che hanno furbescamente cambiato nome, da teo-con a "conservatori per il cambiamento", che è la raccapricciante etichetta affibbiata a Monsieur Sarkozy da uno dei nostri giornali di punta qualche giorno fa) ha fatto il resto, in modo tale che ancora oggi, a distanza di cinque anni e mezzo, due inutili guerre e centinaia di migliaia di innocenti morti ammazzati, la parola terrorista evoca barbuti (ah, il Rivera possiede le phisique du role, peraltro) mamelucchi pronti a stuprare le nostre donne (bianche), a cucinare allo spiedo i nostri bambini, a farci inchinare cinque volte al giorno verso la Mecca (o verso Treviri, fa lo stesso).
Questa reazione violenta e inusitata (confortata dalla puntualità delle pallottole recapitate via posta amorevolmente e con precisione svizzera al prelato di turno, tanto per ricordarci che sì, i terroristi cattivi ci sono davvero, per adesso abbiamo preso quattro scalzacani capaci addirittura di uccidere un paio di uomini senza scorta ma il pericolo è grave, sempre presente, stringiamoci a coorte, anzi, stringiamoci al centro che è meglio), questa reazione violenta e inusitata, peraltro, sarebbe ancora nella logica delle cose, del tutto conseguente alla storia vaticana degli ultimi vent'anni e passa, dominata da opusdeisti bancari con predilezione per il sangue che scorre (dal cilicio sotto i vestiti o nelle borse mondiali poco importa), che ha finalmente gettato via la maschera del papa buono e ammalato per mostrare con il teologo di Ratisbona il suo vero volto; potevamo aspettarcela, è arrivata.
Quello che è inaspettato, inatteso, stomachevole, è il coro di consensi che questo rigurgito reazionario ha provocato, a destra come a sinistra (ah, già, dimenticavo, siamo in Italia, qui parlare di destra o sinistra non ha alcun senso), con l'eccezione dei radicali (cosa aspettarsi da quei quattro culattoni? Appiamo cià tetto, fi rikordo, che omozessuale essere uguale a petofilo, pardon, pedofilo, amen). Se mi fa sorridere amaramente l'invito ad abbassare i toni del parroco di Palazzo Chigi, mi fa specie il silenzio o addirittura la complicità della sinistra intera, premurosamente rivolta verso il vaticano, dimentica della sua storia, delle sue radici, pronta a mettere Craxi, diosanto, Craxi e non Berlinguer, con tutti i suoi errori, ma Berlinguer, nel suo pantheon, una sinistra che ha condannato il conduttore dicendogli (Epifani) che "la giornata del primo maggio è un giorno di tolleranza e riconciliazione", e certo, tolleriamo, riconciliamoci e volemose bene, mentre questi si mangiano la Telecom, le Autostrade, Alitalia, Trenitalia, gnam gnam, fanno la TAV e le basi USA, cosa fai tu cittadino? Protesti? Ti incazzi? Ma come ti permetti, ti abbiamo dato il concertone, ricchi premi e cotillons, non devi protestare ma devi tollerare, riconciliarti, specie davanti ad una piazza (come quella del primo maggio, festa dei lavoratori) che bonificare, anestetizzare e normalizzare ci è costato tanto, ora vorresti venire tu a incazzarti e far saltare tutto il banco? Ma sei scemo? Dormi, tollera, invece, riconciliati, che "riconciliato" somiglia tanto a "rincoglionito" e se sei
riconciliato per noi è più facile farci i cazzacci nostri.
Di fronte ad un simile schifo, che mi fa davvero tremare di rabbia, sarò scemo, sarò stupido, però penso che chiunque non la pensi come la grossa coalizione al potere in Italia (perchè così è di fatto) abbia il dovere, IL DOVERE, di dirlo).
IL DOVERE di dire che può condividere o meno le parole di Rivera, ma morirebbe perchè Rivera possa dirle.
Questa era l'essenza della libertà; ce lo hanno insegnato i grandi pensatori del passato, proprio quelli che abbiamo buttato allegramente nel cesso per scivolare nel peggiore degli oscurantismi di questo Paese tutto crocifisso e manganello, sbatti il mostro in prima pagina, crucifige, Dio-Patria-Famiglia.
Ci sono i bambini: loro non hanno colpa, anzi, sono la nostra unica speranza. Se non fosse per loro, mi dispiace, tiferei per il riscaldamento globale.
Ma ci sono i bambini, e allora non tiferò mai per il riscaldamento globale, farò solo il tifo per loro.
Nino
postato da: Bad alle ore 18:34 | Permalink | commenti (9)
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sabato, 23 dicembre 2006
Musica musica

Questo è ciò che sto facendo in questi giorni.
Del 2006 mi resterà questa strana cosa cominciata a partire da giugno-luglio in poi, con il concerto degli Stones (che per me era lavoro) che mi ha avvicinato alla musica dei "padri", e poi la (ri)scoperta dei Beatles che ha raggiunto (e ampiamente superato) livelli maniacali (basti dire che negli ultimi sette giorni ho comprato otto libri su di loro, tutti per me ovviamente).
L'aver formato un gruppo, e l'aver cominciato a studiare la struttura musicale dei brani dei quattro ragazzi di Liverpool mi ha progressivamente portato a scrivere musica per conto mio. Da allora tutta la cosa ha cominciato a prendere i contorni di una droga :-)
Riesco a pensare solo a questo, a un nuovo testo (tanto per semplificare le cose, mi sono imposto di cantare solo in inglese), a una nuova melodia, a un nuovo ritmo.
Poi mi sono detto "Perchè non dovrei parlarne sul blog?". In fondo il blog è lo spazio che riservo a me e alle cose che faccio, e questo è quello che faccio attualmente. Questa è l'unica cosa che conti per me attualmente.
Delle pseudo-canzoni che ho scritto, quella che forse mi piace un pò di più delle altre è una che ho chiamato "Don't you know I'm not scared". Ne ho messe giù altre un pò più "tirate" e piacciono un pò di più al resto del gruppo, ma questa è la mia preferita sia come testo che come musica e ho deciso di postarla, fregandomene un pò della pessima qualità della registrazione (sul mio PC) e della esecuzione (il giorno prima avevo cantato ad una serata per quasi cinque ore) sempre perchè "questo è quello che sto facendo adesso".
Quando (e se) leggerete il testo capirete perchè mi viene un pò difficile dirvi "Auguri di Buon Natale" e molto più facile augurarvi "Buon Anno" :-)


postato da: Bad alle ore 14:18 | Permalink | commenti (10)
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mercoledì, 22 novembre 2006
So far away

-Mi dici almeno perchè?-
-Perchè cosa?-
-Perchè no, perchè è sempre no?-
-Antò, lo sai, è inutile che mi chiedi sempre le stesse cose. Non mi va. Non insistere.-
-...-
-Ecco, adesso come al solito metterai il muso... ma perchè devi sempre comportarti così da bambino? Possibile che ogni volta debba essere sempre la stessa storia? Mannaggia a me quando accetto di venire in macchina con te...-
-Mannaggia a te? E a me non ci pensi? Ho 19 anni e sono ancora vergine, i miei amici hanno fatto tutti l'amore con le loro fidanzate da tanto tempo, sono rimasto io l'unico scemo...-
-Scemo. Scemo e stronzo. Perchè davvero Antò, guarda, se anche avessi avuto il benchè minimo pensiero di farlo, me lo fai passare con le cose che dici... io per te sono solo un trofeo da sventolare con gli amici, così poi al bar puoi ridere anche tu e raccontare le stronzate che raccontano gli altri... accompagnami a casa, subito...-
-Dai, non piangere... scusa, ho sbagliato, lo so, hai ragione, perdonami... è che io ti amo davvero, ma capisci che per me certe volte è difficile Francè... dai, resta, almeno ancora un pò, fuori fa freddo e io almeno per stasera non devo riportare la 127 a Pinuccio... eddai...-
-No, accompagnami... che già è tardi... sennò i miei genitori si incazzano e neanche la domenica sera dopo la messa mi fanno uscire più... lo sai che devo essere a casa all'ora di cena sennò sono guai... e poi non ho voglia di stare ancora qui, ho paura in queste strade di campagna.-
-Ma chi vuoi che venga... va beh dai andiamo... però mi prometti che mi hai perdonato? Ohè me lo devi promettere sennò secondo me la macchina non parte... ecco vedi che sei così bella quando sorridi...-


-Giusè hai finito di fare i compiti?-
-Sì mamma li ho fatti.-
-Vabbeh senti noi andiamo da zio Michele, tu resti qui o vieni con noi?-
("Come se la mamma non lo sa che da zio Michele mi annoio a morte, soprattutto con quella cretina di mia cugina Enza, e poi ora c'è la partita alla televisione e me la voglio proprio vedere")
-No mamma non vengo, rimango a guardare la televisione.-
-Va bene... non fare arrabbiare la nonna mi raccomando... ah, e vedi se riesci a trovare Laika che sono due ore che non la vedo.-
-Sarà sul terrazzo come al solito.-
-Ma che dici, fa troppo freddo per stare sul terrazzo... beh noi andiamo, che papà ha già cacciato la macchina dal garage... un bacio, a dopo.-
Finalmente. Finalmente da solo, posso vedermi la partita... beh solo un tempo, alle sette, mica la fanno vedere tutta... però va bene così perchè la Juve ha vinto con l'Inter 2 a 1 e ha segnato pure Brady che a me mi piace Brady, è sinistro come me, e io voglio proprio vedere il gol che ha fatto...

Padre Giovanni stava pensando alla predica che avrebbe dovuto tenere di lì a poco. Come sempre, la sua chiesa era affollata di gente, un pò perchè padre Giovanni era un bravo prete e piaceva alla gente e sapeva dire le cose, e un pò perchè l'orario domenicale delle 19:00 come messa serale era proprio strategico così la gente usciva di casa appena finita "Domenica in", raggiungeva la chiesa a piedi (che tanto il paese era piccolo, quattromila anime in tutto, lo si girava in dieci minuti) e dopo la messa era arrivato giusto l'orario dello struscio, che per un piccolo paese di montagna come quello era un appuntamento irrinunciabile anche in un mese di novembre piuttosto rigido. Padre Giovanni avrebbe dovuto parlare della necessità di essere buoni cristiani, del bisogno di rinunciare alle tentazioni del mondo, di rifuggire la superbia, per percorrere la strada che Cristo aveva tracciato quasi duemila anni prima... o almeno così recitava il foglietto che aveva fra le mani, stampato in città, lontano da lì, in un posto dove la gente forse aveva davvero quel genere di problemi. Guardò i suoi parrocchiani, le prime file come sempre occupate dalle donne con gli abiti neri e il capo coperto, le pizzoche, vedove, madri, che cominciavano a recitare il rosario almeno mezz'ora prima dell'inizio della messa (di tutte le messe: non ne perdevano una). Guardò i visi induriti dei contadini. A quali tentazioni del mondo avrebbero mai potuto cedere quelle persone? Quale peccato di superbia avrebbero mai potuto commettere? Come accadeva quasi sempre, padre Giovanni mise da parte quel foglietto e cercò dentro di se la parole più adatte per raggiungere gli animi di quelle persone. Come era sempre accaduto prima di allora, sicuramente le avrebbe trovate.

Ma non lo sapremo mai.
Alle 19:35 di quella domenica, ventitrè novembre millenovecentottanta, mentre Antonio riaccompagnava a casa Francesca, mentre Giuseppe guardava la sua squadra del cuore in televisione, mentre padre Giovanni parlava ad una chiesa piena di fedeli, la terra tremò.
Tremò per più di novanta secondi, mandando in frantumi paesini abbarbicati sulle montagne come se fossero fatti di carta.
Antonio dapprima pensò che forse la strada aveva tante buche, o forse le ruote avevano qualcosa che non andava. Quando Francesca si mise ad urlare vedendo i palazzi crollare, Antonio capì, e impietrito dall'orrore fermò la macchina nel pieno centro della piazza del municipio, e lì rimase, mentre attorno a se tutto crollava.
Quando la sedia sulla quale era seduto cominciò a tremare, Giuseppe dapprima ci guardò sotto per vedere se la sua cagnetta Laika non fosse riapparsa e stesse giocando con le gambe della sedia ("però trema troppo forte..."). Quando realizzò cosa stava succedendo, la nonna 84enne si era già affacciata alla porta della cucina: lei ne aveva visti altri, aveva capito subito di cosa si trattasse.
Giuseppe la prese per mano e la aiutò a scendere le scale, e siccome la nonna aveva l'artrosi ci misero due minuti a scendere l'unico piano che li separava dalla strada tanto che quando arrivarono per strada il terremoto era già finito da un pò, ma mentre le ringhiere della scalinata tremavano come se una mano invisibile e gigantesca le stesse agitando Giuseppe non pensò mai di abbandonare la nonna, e neanche pensò mai che forse avrebbe potuto morire lì.
Padre Giovanni non finì mai il suo sermone. La vecchia chiesa del Purgatorio crollò con tutti i suoi anni su di lui e i suoi parrocchiani, uccidendoli quasi tutti. Padre Giovanni era un giovane prete di Napoli, con il dono dell'ironia innato negli abitanti della sua città. Non ne sono certo, ma penso che avrebbe un pò sorriso all'idea di morire "in servizio", se lo avesse saputo.

Antonio e Francesca uscirono dalla macchina e camminarono a piedi, perchè in macchina non si poteva più proseguire. Lei perse solo una cugina, lui invece perse due nonni e la madre. Una settimana dopo, il trenta novembre millenovecentottanta, Francesca fece l'amore con Antonio, e dopo pianse e credo che lui non abbia mai capito veramente perchè, se per il dolore della perdita della propria innocenza, o per tutta quella morte che li circondava, o entrambe le cose, ma Antonio capiva che Francesca voleva aggrapparsi alla vita, e tacque. Loro figlio nacque e visse per i primi dodici anni della sua vita in un prefabbricato.

Giuseppe arrivò per strada con la nonna che non smetteva di stringerlo a sè e dargli baci, e lui si sentiva quasi contento come se avesse fatto qualcosa di veramente eccezionale. Dormì in macchina per quella e molte altre notti a venire, ma vide la partita della Juve anche la domenica seguente, e a dicembre riprese a giocare a pallone con i suoi amici. Ma c'era qualcosa di strano, di nuovo, che si era infiltrato in mezzo a loro quella domenica e non li avrebbe mai più lasciati. I loro giochi e le loro risate non sarebbero mai stati più gli stessi. Giuseppe, per lunghi anni, si svegliava di soprassalto anche solo al sentire il rumore delle finestre che tremavano al passare degli autocarri sulla vicina statale.

Al TG1 delle 20:00 di quella domenica 23 novembre 1980, la notizia non venne data in apertura. Venne semplicemente detto che c'era stata una scossa di terremoto in Irpinia, ma non sembravano esserci stati gravi danni.

Dopo qualche giorno, c'era già chi si fregava le mani al pensiero del ricco banchetto che si andava ad approntare.

Io non ho mai dimenticato quella sedia che tremava.
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domenica, 08 ottobre 2006
Me and the city

E' tanto tempo che non ti scrivo, e me ne dispiace. Solo, faccio fatica a raccontare quello che mi accade. Credo di essere diventato più portato a visualizzare le cose piuttosto che a descriverle, da un pò di tempo a questa parte. In fondo questo lo devo in piccola parte anche a te, mi hai sempre spronato a fare a meno delle parole, però ora che ci sono quasi riuscito ne sento un pò la mancanza.
Qui non è cambiato molto negli ultimi anni, e questo non è un bene. Milano mi ha tessuto attorno un guscio a volte protettivo, a volte noioso, ma ci sono cascato dentro e adesso ho un pò paura a liberarmene. In fondo posso stare solo quando voglio, è stare con gli altri che mi riesce un pò meno bene. Ma ho gli amici per fare sport e gli amici per bere una birra assieme. Ho persino realizzato il mio vecchio sogno di creare una vera band con cui suonare, finalmente ce l'ho fatta, non sai che soddisfazione ti dà poter dire "Il mio bassista" anche se non è il TUO bassista così come non è la TUA band.
Non mi manca niente, solo la voglia di raccontarmi: allora dal mio punto di vista mi manca tutto.
Anche in me non è cambiato molto negli ultimi tempi, e anche questo non è bene. Sono rimasto lo stesso troppo a lungo, e comincio ad essere stanco persino delle cose che dico, come se le stessi ripetendo da troppo tempo.
So che dipende solo in parte da Milano: ma cosa posso fare, se non andarmene? Non posso diventare un altro; e il mio lavoro mi piace, non ne so fare uno diverso.
Sai che ho sempre avuto questo strano rapporto con Bologna: adesso mi rendo conto che non l'ho mai compresa pienamente, l'ho solo attraversata, come si attraversa un ponte. Bologna era sotto di me e attorno a me, ma io ci arrivai con troppe domande in cerca di risposta, troppe per capirci qualcosa.
Non so, Bologna è una possibilità, forse un pò più concreta delle altre: ma è saggio tornare sui propri passi? I miei amici, lì, sono fantastici, sono fortunato ad averli conosciuti: se non fosse per loro, non si porrebbe nemmeno la questione. Ma per strada la gente veste troppo bene; vedo troppe impalcature, troppe sovrastrutture. Al confronto, provo quasi simpatia per i miei milanesi, così semplici, così lineari nella loro vita in perenne corsa verso il nulla. A volte Bologna sembra avere solo un altro aspetto del nulla.
E poi, troppe telecamere: telecamere ovunque, nelle strade, nei portoni, sotto i portici: che cosa ci sarà mai di così terribile da spiare a Bologna? La città si veste bene, si abbronza e si tinge, ma non sorride; e io temo di non capirla adesso, come non l'ho capita vent'anni fa.
Una volta mi bastava passeggiare per le pizzicherie dalle parti di via delle Clavature per amare la città. Ma era un amore costruito, con le stesse impalcature che sorreggono la gente quando va, giorno dopo giorno, a sottoporsi all'immancabile rito dell'aperitivo in questo o quel posto che adesso tira più degli altri.
Indietro non si torna? Non è vero, le frasi assolute sono solo frasi assolutamente stupide. Indietro si può tornare, ma io devo cercare qualcosa, una piccola parte o una grossa parte di un qualcosa che mi sfugge, e a Bologna l'ho cercato, male se vuoi, ma l'ho cercato anni fa e no, non l'ho trovato.
Non so quanto tempo passerà prima che ti scriva di nuovo: odio quello che scrivo, mi sembra inconcludente, un'inutile ricerca di frasi significative. Ma mi sono sempre confrontato con me stesso attraverso la mia scrittura; nessuna pretesa di originalità, in questo, come in altre cose. Mi sforzo di farlo ancora, come ci si sforza di tenere in vita una piccola fiammella.
Non scrivo niente però che parli di te e di lei. Forse è questo il vero problema.
Forse.
Nino
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sabato, 30 settembre 2006
Geometri(e) verticali

Il mio cellulare ha come suoneria "Pride" degli U2. Mi vergogno un pò ogni volta che qualcuno mi chiama, ma tant'è, ci sono cose dalle quali non ci libereremo mai, e in fondo io non voglio liberarmi; e poi non ricevo molte telefonate, quindi tutto a posto.
Quando mi chiama il geometra del mio condominio dal nome imprecisato dicendomi che la grondaia è rotta e il mio balcone è l'unico punto di accesso, la qual cosa richiede che i suoi scagnozzi entrino in casa mia (ovviamente, il giorno dopo, quando io non ci sono, perchè "poi magari piove e non si può più fare niente") e io lasci le chiavi di casa al portinaio, il mio primo pensiero di puro terrore va ai miei CD! E se in casa entrasse un manovale edile maniaco degli Wilco, trafugando tutta la collezione? Certo, le possibilità sono scarse, ma vanno tenute in considerazione. E poi, per la miseria, ho pulito il pavimento proprio ieri (prossima passata in programma fra una ventina di giorni, se non intervengono imprevisti).
Spargo fogli di giornale a coprire il pavimento in ogni dove, faccio le mie valigie, e parto per Mosca, con qualche preoccupazione nel cuore.
Il viaggio d'andata è un'odissea degna di essere raccontata: prima, ad imbarco appena cominciato sul volo diretto, il tizio che manovra la scala da appoggiare agli scivoli (saranno quelli gli scivoli da armare, "assistenti di volo armare gli scivoli", no? Che poi a me 'sta frase sa tanto di "cazzare la randa", è bellissima, sogno di dirla pure io un giorno o l'altro), insomma, 'sto tizio sbaglia la manovra, appoggia male la scala (così ci diranno in seguito), e danneggia l'aereo. Imbarco fermato, ma non vi preoccupate, è una cazzata, si parte fra mezz'ora. Beh, forse un'ora. Facciamo un'ora e mezza per sicurezza. Dopo due ore che aspettiamo, sapete che c'è, il volo è cancellato e non se ne parli più, tornate al desk e vedete dove vi sbattono per arrivare a Mosca (annuncio fatto più o meno in questi termini dalla signorina Alitalia, in inglese e in italiano, infatti tutti quelli con la pelle e gli occhi scuri capiscono e vanno al desk, tutti quelli con la pelle e gli occhi chiari si dicono che non hanno capito una fava e restano fermi con gli occhi azzurri sgranati). In quattro e quattr'otto (ma anche fra l'usco e il brusco) io arrivo al desk suddetto, la mia mancanza di bagagli pesanti e la mia leggendaria agilità fanno il resto, sono il primo! Non avrò problemi di sicuro.
"Può andare a Parigi e da lì partire per Mosca"
"Però è una palla, arrivo 4-5 ore dopo l'orario previsto".
"Si fotta"
"Vado a Parigi".
La signorina Alitalia-2 mi fa i biglietti e agile come una gazzella e un tantino incazzato come un leopardo mi rituffo nel rituale del controllo bagagli (per la seconda volta). Dopo aver mostrato calze e mutande agli addetti ai controlli, supero agevolmente anche il controllo passaporti dove un pò mi guardano come se fossi di casa, ed eccomi qui, ad attendere il volo per Parigi, ah, la Ville Lumiere, beh, chissà se i franscesi ci hanno perdonato per il nove luglio, vabbeh, se ne saranno fatti una ragione, peccato non avere tempo per andare un pò in giro una volta atterrato all'ombra della Tour Eiffel, ma parto alle 14:45 e il volo da Parigi per Mosca è alle 16:30, effettivamente non ho molto tempo per andare in giro per Parigi, effettivamente non ho molto tempo... ma cosa? Parto alle tre meno un quarto e da Parigi riparto alle quattro e mezza? Ma quanto cazzo dura il volo Milano-Parigi, un quarto d'ora? E che, Parigi è vicino ad Assago? Non è in provincia di Milano, Parigi, no no no, c'è qualcosa che non va. Tutto fiero della mia intuizione geniale faccio un paio di telefonate intercontinentali che al costo di 12 euro al minuto mi confermano che, sì, effettivamente, l'aereo atterra a Parigi alle 16:20 e quindi a meno che io non salti dall'aereo in fase di atterraggio a quello in fase di decollo (ipotesi interessante, ma non avrei la carta d'imbarco!), a meno che il volo Aeroflot delle 16:30 da Parigi per Mosca non aspetti il sottoscritto per un'ora abbondante (non credo che gliene freghi molto all'Aeroflot del sottoscritto), qui qualcuno ha commesso un'erorre, anzi, un errore! Felino come una pantera, sguscio via e ripercorro la via a ritroso (oramai il terminal 1 di Malpensa non ha più segreti per me) fino al fatidico desk dove trovo la stessa signorina Alitalia-2 che mi guarda con occhi (castani) sgranati: 'azzo vuoi, ancora qui stai? Eh? Come dice? Ma no, certo che fa in tempo, il volo atterra alle 13:50, ha un'ora e quaranta... come? 16:20? Ma che cazzo dice mi faccia vedere... ahem... eh... beh... sì... sa... capita... un piccolo errore... l'ho messa sul volo sbagliato.
Sul volo sbagliato? Ho sentito bene? SUL VOLO SBAGLIATO? Questo è il vostro lavoro, state qui per fare questo, e mi mettete sul volo sbagliato? Se uno viene qui a fare un biglietto per Timbuctù, voi che fate, lo mandate a Cefalù solo perchè fa rima? E se io non me fossi accorto da solo che gli orari non tornavano che facevi, brutta stronza, mi mandavi a Parigi per la notte a dormire sotto un ponte della Senna? Ma io ti faccio perdere altri venti punti in borsa porc...
ruggente come un puma affamato, faccio per passare dall'altra parte del desk ma una signorina Alitalia-3 mi blocca in tempo e mi dice "Si calmi! Troveremo una soluzione", e io, calmo come un orso polare mi sento mandare in sottovoce dalla signorina Alitalia-3 a:
- Cracovia (ma non fa in tempo)
- Vienna (in fondo ha 40 minuti... come dice? Cerchi di non essere volgare... ok niente Vienna)
- Madrid? Cosa ne dice di Madrid? Ah è nella direzione opposta...

Quando ormai comincio a disperare mi viene un lampo di genio. Ora, l'associazione mentale è stata più o meno la seguente:
1) Io amo Michael Schumacher
2) Michael Schumacher è nato a Kerpen (il 3 gennaio del 1969 e non dite "e che c'entra?" perchè c'entra), vicino Koln, quindi è tedesco
3) la Germania ce l'ha un aeroporto grande, un hub si dice in gergo, non è Francoforte sul Meno?

Giuro, sono stato io a proporre Francoforte alla signorina Alitalia-3, la quale con mano tremante controlla i voli e... evviva! va benissimo, arriverei solo a mezzanotte, appena otto ore dopo l'orario previsto, e ho ben due ore a Frankfurt da spendere (quasi potevo andare allo stadio a vedere l'Eintracht giocare, al limite mi perdevo eventuali tempi supplementari).
Il resto è storia, il terzo controllo dei bagagli in una giornata (alla vista delle mie mutande per la terza volta in una giornata l'addetto alla sicurezza non ha retto e mi ha scoccato una languida occhiata, così ho capito che fra di noi era già amore vero), i saluti affettuosi dei poliziotti al controllo passaporti oramai amici miei intimi (copriti che a Mosca fa freddo!). Sull'aereo i miei pensieri erano più o meno questi:
1) Se precipita questo volo, mi danno l'Oscar della sfiga
2) Se invece precipita l'altro, quello buono per Parigi sul quale non mi hanno mai messo, torno a Milano e sposo signorina Alitalia-2
ma non è precipitato nessun volo.


Dopo quattro giorni, torno a Milano sotto una pioggia battente (io ovviamente ho appena fatto lavare la macchina dopo sei mesi di sole accecante). I fogli di giornale nel complesso hanno tenuto, il pavimento potrà essere rilavato non prima di venti giorni salvo imprevisti. I CD degli Wilco ci sono tutti, dalla mensola manca solo "Il meglio degli Alunni del sole" e io piango un pò, per il dispiacere. Sul balcone è tutto sporco, ma la grondaia è riparata e i piccioni stramaledetti già ne hanno approfittato.
Piove a dirotto.
Aveva ragione il geometra.

Nino
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giovedì, 14 settembre 2006
Good luck!

Ok, niente riferimenti all'età, sta di fatto che nel 1966, seppur di poco, non c'ero, e la beatlesmania proprio non potevo beccarmela, quasi fosse una malattia. Con 40 anni di ritardo, complice un amico di recente conoscenza (però amico) beatlesiano da sempre (nonostante sia nato quando i Fab Four si erano già divisi da un pezzo), un concerto dei Rolling Stones a cui sono andato in qualità di... rianimatore assegnato personalmente alla band, durante il quale peraltro Jagger e compagnia li ho visti (per fortuna o sfortuna, non so) solo sul palco (che c'entrano gli Stones? Beh, sempre di musica dei padri si tratta), complice il fatto che gli U2 non fanno un disco davvero eccellente da quindici anni, insomma, mi sono trovato catapultato mani e piedi nella beatlesmania, che andava bene se vivevi nella swinging London nel 1966, ma se stai in zona Washington a Milano nel 2006 qualche dubbio ti viene sulla tua sanità mentale.
Non so, forse la cosa che davvero mi attrae di più dei Beatles è l'idea che a quei tempi la musica era lì, tutta da scrivere, così come la storia dei nostri giorni. Era come lavorare su una materia grezza, e pian piano tirarne fuori lo spirito nascosto. Anzi, no, era come avvicinarsi allo spirito nascosto. I Beatles per primi hanno lavorato quella materia grezza, e lo spirito si è loro rivelato pienamente, forse perchè oltre ad essere menti musicalmente (e non solo) eccezionali erano appunto i primi a cercare quello spirito, dapprima inconsapevolmente o quasi, poi in maniera sempre più consapevole. Pensate che John, Paul, George e Ringo sfornavano mediamente un album ogni sette-otto mesi, più una nutrita serie di singoli di successo. Il loro primo LP, "Please please me", fu registrato in una sola giornata in complessive 12 ore. La materia grezza si offriva generosa a coloro che per primi si apprestavano a darle forma. Pensate invece ai gruppi odierni: se va bene, un disco ogni tre anni! Con questo non dico che Thom Yorke, o Michael Stipe, siano meno fecondi di Lennon-Mc Cartney: credo invece che oggi è stato tutto scritto o quasi, e lo spirito si è quasi nascosto e trovarlo è sempre più difficile, bisogna passare dall'elettronica, affogare le melodie, quasi che avere fatto "Ok computer" fosse una colpa e non un merito. Ai Beatles bastava spostare una linea di basso, un riff di chitarra, ed eccoli esplorare un nuovo mondo, per primi. Yorke, Stipe e gli altri si trovano davanti un mondo così noto da risultare quasi noioso: sono solo stati più sfortunati a nascere venti, trenta, quaranta anni dopo.

Per restare in tema, ieri sera ero alle Scimmie a sentire un gruppo di ragazzi di Perugia in trasferta milanese, il cui cantante è un parente di quel mio amico di cui sopra. A parte il nome del gruppo, da cambiare al più presto ("Figli di John", dove John è ovviamente John Lennon), i ragazzi mi sono piaciuti. Hanno suonati quasi due ore di musica composta da loro, e un'oretta di cover, e almeno cinque o sei dei loro pezzi che ho sentito ieri sono molto meglio di tanta schifezza che sento in giro. Metto qui il link alla loro homepage dove ovviamente si può ascoltare qualcosa delle loro canzoni, sono bravi anche se ovviamente pagano molto (troppo) pegno al signore di cui si dichiarano figli. Purtroppo per loro, sono nati nel posto sbagliato, Italia, Perugia. La buona fortuna di questo post la auguro a loro, chiunque prenda una chitarra e scriva una canzone sognando di calcare un giorno un palco ben più prestigioso di quello di un locale milanese merita un grande "in bocca al lupo".
Help!
Nino
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lunedì, 11 settembre 2006
prima




Il più grande

Ho 39 anni, un'età che dovrebbe mettermi al riparo da sciocchezze come tifare per qualcuno in maniera quasi adolescenziale. Eppure chi mi conosce da un pò sa della mia assoluta adorazione per Michael Schumacher. In altri tempi e in altri blog, ho scritto molto su di lui, e sul mio antico amore per la F1.
Da ieri, sappiamo ufficialmente che dal 2007 la F1 sarà orfana di Michael, e io mi sento stupidamente un pò commosso, perchè lui è quasi più di un pilota di F1 per me, più di un pilota della mia amatissima Ferrari. Schumacher è lo sportivo che ho amato di più da sempre, quello che ho difeso a spada tratta sempre e comunque, quello che non può sbagliare, quello che non è antipatico come la stupida stampa italiana scriveva qualche tempo fa, quello che per me era il pilota più forte di sempre anche quando fino al 2000 di titoli mondiali ne aveva vinti solo due e Mika Hakkinen a Spa si permise il lusso di sorpassarlo in uno storico Gran Premio (con Ricardo Zonta in mezzo ai due che lo sfilavano dai due lati), e sembrava che Mika lo stesse sorpassando anche nella classifica dei piloti più forti di sempre. Per gli altri, mai per me. Per me Schumacher è stata la perfezione applicata alla macchina. Ho avuto la fortuna di veder giocare Maradona a calcio e di veder guidare in F1 Michael Schumacher, non è poco.
Ho 39 anni e non dovrei, ma mi commuove pensare a Michael che l'anno prossimo ci lascia soli, mi commuove e mi rattrista pensare che l'anno prossimo lo vedremo su un muretto o chissà dove, e non lì, sull'asfalto, a dare prova del suo talento infinito. E' come un vecchio amico che ti saluta e se ne va, e la F1 per me l'anno prossimo non sarà più la stessa, sarà più povera (e, aggiungo, dovrebbero ritirare il numero 1 dalle macchine, dopo di lui nessuno sarà mai più degno di portarlo, al limite diamo al campione del mondo dell'anno prima il numero 1 e 1/2).
Alonso è un gran pilota (ma odioso). Trulli, sì, è un gran pilota. Raikkonen è un gran pilota.
Schumacher, semplicemente, è (era) la perfezione.
Ciao, Michael. Non mi mancherai semplicemente. Di più.


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lunedì, 07 agosto 2006

Please allow me to introduce myself

 

La ragazza mi guarda spaventata, ha il bacino rotto e un paio di fonti di emorragia interna, ma in quel momento non lo sappiamo né io né lei, io so che lei è scioccata e ha buone possibilità di morire, lei forse ricorda che un’ora prima era in sella alla moto del suo fidanzato e l’estate le sembrava una cosa così vicina da poterla toccare con mano. Il chirurgo insiste per completare la TAC, io insisto nel dire che nel tempo che ci vuole per completare la TAC la ragazza muore, e l’estate si allontana da entrambi.

Agosto mi tiene a Milano come una specie di cambiale non pagata, come un pegno da portare a termine. Attraverso la città in cinque minuti e Dio sa se odio questi clichet, ma se provi a fare una conversazione senza clichet molto probabilmente resti in silenzio per giornate intere e allora mi sottometto di buon grado al concetto della città più vivibile e del parcheggio che si trova più facilmente.
Perché tutti quanti scappano via da qui?

Arriva Max a darmi una mano e gliene sono grato, è un collega in gamba. Tiriamo la ragazza fuori dalla TAC e cominciamo a incannulare tutti i vasi possibili, e pian piano lei comincia a stabilizzarsi. Da solo non ce l’avrei fatta.

 
L’uomo dell’edicola mi guarda strano, ad agosto tutti si guardano strano. Dovunque vada, al supermercato, al negozio di scarpe, in quel negozio di abbigliamento dove ho inutilmente cercato una camicia ancora più vistosa di quella che ho poi comprato, con lo scontrino arriva puntuale l’augurio di buone vacanze.
Piacere di averti incontrato, spero che tu intuisca chi sono.

 
Dopo la ragazza arriva Karim, un tunisino che è stato accoltellato al collo in una piazza milanese famosa per lo spaccio di stupefacenti ma per sua fortuna ha solo un grosso taglio di una collaterale della giugulare (che comunque il chirurgo impiega tre ore a suturare). Sono stanco, tratto male Karim e dopo me ne dispiaccio, non sta a me giudicare perché si trovava lì alle due del mattino, non sta a me giudicare niente, la ragazza che andava verso l’estate sulla moto del suo fidanzato prima di quella curva, e neanche Karim che ha bevuto un po’ di birra e ha litigato con quello sbagliato. Chi sono io per giudicare? Io sono solo quello che viene chiamato e va. Faccio il mio lavoro, con gli occhi gonfi di sonno o meno.

 
Agosto è strano, ascolto solo dischi di 40 anni fa e penso che la mia ragazza è nata nel 1982 e la cosa mi pare strana, ho deciso di scoprire dove è nata la musica e così ho intrapreso un viaggio a ritroso mentre sto fermo in questa città. Mangio poco.

 

La ragazza uscirà dalla Terapia Intensiva una settimana dopo, lascerà un biglietto in cui ringrazierà un mucchio di persone nominandole una per una, ma il mio nome non c’è in quell’elenco e neanche quello di Max, e in fondo perché avrebbe dovuto esserci? Io non sono mai andato a tenerle la mano e a rassicurarla sulle sue condizioni, non mi è mai importato di farlo. Mi hanno chiamato, sono andato. Punto. Lei penserà forse ad un’altra estate, io cerco di non pensare a questa.
Karim ha ricevuto buone cure mediche e poca umanità. Ero stanco. Spero che si tratti solo di questo.


Sono solo uno qualunque che ascolta musica e andrà al mare a settembre. Questo è tutto.

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venerdì, 07 luglio 2006
Barolo o Bordeaux?

Non ho nulla contro la Francia, anzi: ammiro quella gente, mi piace la loro prontezza nello scendere in piazza a fare casino (si veda in proposito la rivolta popolare contro la legge sul lavoro del governo di De Villepin), e da questo punto di vista non ho difficoltà alcuna ad ammettere che li invidio, vista l'acquiescenza con la quale noi italiani abbiamo vissuto i cinque anni più bui della nostra storia recente.
Da ragazzo, poi, la presenza nelle loro file del mio adorato Michel Platini mi spingeva a simpatizzare per loro, e quando l'Italia non era in campo come nell'Europeo del 1984, a fare un vero e proprio tifo da stadio perchè la Francia di "Le Roi" Michel vincesse il trofeo. Non capisco gli articoli alla "Der Spiegel", o le eleganti risposte che quel genere di articoli ha ricevuto in Italia (perchè se gli altri nell'occhio hanno la trave, non è che noi abbiamo una misera pagliuzza: "beccatevi questi due crauti", titolone del "Giornale" dopo Italia - Germania 2-0 se non vado errato, non è certo un invito alla moderazione, e non dobbiamo dimenticare le gaffes del nostro ex-premier a Strasburgo con il signor Schultz). Credo sinceramente che senza gli articoli di giornale a creare un'atmosfera di tensione quando non di odio vero e proprio, le cose sarebbero andate meglio. Questo non è buonismo, è pura realtà, del resto italiani e tedeschi, per quanto diversi fra loro e forse proprio per questo, sono popoli destinati a stare assieme anche in circostanze tragiche. Nessun intento nazionalistico, quindi, anzi, Vive la France, non posso dimenticare che Parigi mi ha rubato il cuore e mi ha fatto vacillare nella mia ferma convinzione che Roma non avesse eguali al mondo.
La Gioconda? Non fa niente, tenetevela pure, in fondo dovrà pur bruciarvi un pò, sotto sotto, il fatto che il vostro museo più famoso debba la sua fama al quadro di un italianuzzo, per di più omosessuale. Noi di quadri ne abbiamo altri, anche più belli. Non importa lo sciovinismo, l'eterna disputa fra noi e voi sul vino migliore, o il formaggio migliore, in fondo avete l'inno nazionale più bello che ci sia, e avete Zizou, come odiare una squadra che ha Zizou nelle sue fila? Dove passano i suoi tacchetti crescono fiori, ha detto un ispirato Josè Altafini l'altra sera, e per una volta sono d'accordo con lui, che ha giocato con Pelè e di gente che seminava fiori giocando a calcio se ne intende.
Al pensiero di incontrare la Francia in finale, l'altra sera, per un attimo ho avuto paura. La paura di non poter perdere, perchè puoi perdere contro il Portogallo, puoi perdere contro il fado, Lisboa e i Madredeus, puoi perdere contro la Germania, battuta così tante volte che per una volta puoi anche dargliela vinta, in fondo avremmo potuto perdere contro i tedeschi ma loro, nel segreto del loro animo teutonico, avrebbero continuato a chiedersi cos'è che che spinge quei mangiaspaghetti ad andare avanti e a sentirsi attratti da noi come noi lo siamo da loro, ma non si può, dico non si può, perdere contro la Francia. La Francia che non battiamo dal 1978 (era un altro mondiale, gol di Lacombe dopo 35 secondi, come spesso succede a noi italiani l'ostacolo insormontabile ci spinge più in alto invece di deprimerci e un'Italia poche volte così bella ribalta il risultato con Paolo Rossi e Zaccarelli, ho avuto la fortuna di poter parlare di quella partita e di altre con il signore che sedeva in panchina quel giorno e non lo dimenticherò mai), la Francia che è stata spinta al titolo mondiale da un rigore di Di Biagio che si stampa sulla traversa nel 1998, e nessun'altra squadra la impegnerà così tanto come quella formazione di italianuzzi, nè prima nè dopo, infine, la ferita più fresca e più amara, la Francia che ci spegne in gola l'urlo di gioia a cinque secondi dalla fine del quarto minuto di recupero a Rotterdam nel 2000, ed è quella Francia che sinceramente ho odiato per sei anni, non posso dimenticare Barthez, portiere tanto presuntuoso quanto incapace, che alla fine della partita viene ad esultare con il gesto dell'ombrello sotto la curva degli italianuzzi, non posso dimenticare l'arroganza di Henry, non posso dimenticare la supponenza di Vieira, che è venuto a fare villeggiatura a Torino (facendo spompare come non mai Emerson: e al mondiale si è visto) e adesso corre vispo per ogni dove. Ho avuto paura di perdere ed era come se avessi già perso, perchè non potevo permettermi di perdere di nuovo contro questa squadra, ho sentito sulle mie spalle di italiano il peso delle sconfitte precedenti contro una nazione che forse non ci ama, non ci conosce bene perchè, simile a noi, non riesce a vedere le nostre cose belle, accecata com'è dalle sue; non è attratta da noi come i tedeschi. Ho pensato alla cabala, e la cabala era contro di noi: nel 2000, in semifinale, gli azzurri eliminarono i padroni di casa (in quel caso l'Olanda), i francesi eliminarono il Portogallo: vi ricorda qualcosa? Ma poi mi è venuto in mente che le loro finali vittoriose le hanno sempre giocate in blu, e stavolta giocheranno in bianco. Poi mi è venuto in mente che martedì a Milano ci saranno i Rolling Stones, che vennero a suonare in Italia esattamente il martedì successivo alla vittoria del Bernabeu contro la Germania del 1982.
La cabala non giocherà questa partita, e non credo che la giocheranno i ricordi. La giocheranno i nostri giocatori, che ho definito più volte fighette e faccio per questo pubblica ammenda, forse in futuro torneranno ad esserlo ma qui non lo sono stati vincendo una partita meravigliosa contro i tedeschi, non deprimendosi dopo i due pali, attaccando sempre, segnando con un terzino al 119° invece di rinchiudersi in difesa a sperare in qualche divinità amica. La giocherà Cannavaro, che non è mai stato uno scugnizzo ma sa esserlo se occorre, la giocherà Rino Gattuso, che invece ragazzo di Calabria lo è davvero e lo si vede quando dice che "è dura l'attesa di una finale mondiale, ma è peggio alzarsi alle cinque di mattina per andare al lavoro", e capisci ascoltandolo che non parla per sentito dire, sa quello che dice. Mi fido di questi due, dovranno dare la sveglia al resto della squadra se occorre ma di loro due mi fido. Avevo già perso la partita perchè non potevo perderla, ora invece so che posso anche perderla e per me non cambia niente, non sarebbe la sconfitta finale, non sarebbe il suggello della superiorità di una nazione su un'altra, la Francia rimarrebbe una nazione che amo (esclusi Barthez, Henry e Vieira, ovvio) per alcune cose che sono meglio delle nostre mentre in altre siamo meglio noi, la pagnotta è meglio della baguette, Fellini è meglio di Renè Clair, il neorealismo è meglio della nouvelle vague così come le lasagne sono meglio della nouvelle cuisine, avere il bidet è meglio che non averlo soprattutto se l'hai inventato tu, la Marsigliese per il resto è meglio di "Fratelli d'Italia", l'impressionismo è meglio del futurismo e il 1789 è meglio che qualsiasi altro anno in Italia.
Vive la France comunque vada, quindi, non permetterò a Barthez di annebbiarmi la mente. Vive la France quindi, possiamo anche perdere, proprio per questo possiamo anche vincere.
Nino
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mercoledì, 05 luglio 2006
Italia - Germania, sempre


Va bene, è un post stupido, anzi praticamente nullo. Ma i minuti dal 118° al 120° di Italia - Germania sono stati forse i migliori della mia vita calcistico-sportiva, e come si fa a non scrivere neanche due righe su una meravigliosa follia del genere? Su Pirlo e Gattuso per i quali tifi come se fossero tuoi giocatori da sempre, e non due che normalmente sono tuoi nemici soprattutto il secondo, su Cannavaro e Zambrotta che ti fanno venire le lacrime agli occhi perchè pensi che forse gente così alla Juve non la vedrai per un pò, su Grosso che diventa Garrincha e si inventa volate e gol impossibili, sul mio adorato Alex che finalmente non manca l'appuntamento giusto, come si fa a non scrivere di una partita che è eterna, che dura dal 1970 ed è solo suddivisa in tappe, 1970, 1982, e ora questo incredibile 4 luglio del 2006, per noi Italia - Germania è come il festival di Sanremo e i dolci della mamma a Natale, ognuno di noi ha la sua Italia - Germania e i più fortunati ne hanno più di una, come si fa a non scrivere nulla stasera se sei italiano, e stasera hai perso la voce e per scaramanzia stai vedendo la partita sempre sulla stessa sedia, con le stesse persone, da Italia - Australia in poi? Come si fa a non scrivere niente se in fondo scopri che puoi avere ancora quindici anni, vederti Madagascar - Isole Far Oer e poi andare a letto per scoprire che il sonno non viene e stai ancora pensando a quei magnifici, indimenticabili, 120 secondi?



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mercoledì, 28 giugno 2006
Hotter than july

Non c'è verso, non riesco proprio ad appassionarmi a questi mondiali. Devo accettare l'idea che sono vecchio e che nessun mondiale potrà più reggere il confronto con Argentina '78 e Spagna '82, non perchè il livello calcistico sia sceso (cosa che peraltro dicono tutti da almeno sessanta anni a questa parte, tanto da farmi venire il dubbio che non sia poi così vero), ma perchè io non ho più genio di segnarmi i risultati delle partite, attaccarmi le figurine dei giocatori, informarmi su tutte le squadre partecipanti almeno sei mesi prima del mondiale e vedermi tutte le partite compresa Madagascar - Isole Far Oer, come avrei fatto ai bei tempi della mia beata adolescenza; e questo è tutto ciò che ho da dire sulla rassegna iridata.
La pace di un pinguino De Longhi è scesa su di me. Sabato scorso sono arrivato alle nove di sera completamente rincoglionito dal caldo e dell'umidità (a chi frega, vivo in un bilocale sito all'ultimo piano dove il sole batte ventiquattro ore al giorno, anche di notte, dove le finestre si aprono su un solo lato e quindi ogni ventilazione è impossibile, dove le zanzare regnano sovrane: un inferno), domenica mattina alle nove ero davanti al Carrefour praticamente aspettando che aprisse sennò sfondavo le porte a calci per riprendermi la mia sanità mentale sottoforma di un condizionatore purchessia che mi restituisse una respirazione normale. Uno spettacolare addetto agli elettrodomestici, che sembrava aver dormito maluccio anche lui la notte prima, mi ha (s)consigliato sulla qualità della merce a disposizione con argomenti a volte clamorosi, poi, dopo avermi assicurato che il pinguino in questione pesava al massimo 30-35 kg (argomento non di secondaria importanza visto che il mio quarto e ultimo piano è pure privo di ascensore, ma è dotato in compenso di scale strettissime e tortuose che neanche Macchu Picchu, che poi non so se ci sono le scale a Macchu Picchu e neanche come sono, ma me le immagino strette e tortuose e vaffanculo a lu governo, quello vecchio), insomma, dopo avermi mentito sul peso del mostro che mi stavo portando a casa, il laido schifoso, me lo consegnava e via, via dal caldo e dall'umidità.
Ora, dovevo portare su per le scale di cui sopra il maledetto falsomagro. Altro che "30-35 kg al massimo"! Mentre sbuffavo e sudavo come un peccatore condannato al peggiore dei gironi danteschi, non avevo neanche la forza di maledire in ordine sparso a) chi costruisce i palazzi senza gli ascensori b) i commessi che dimezzano allegramente il peso degli articoli che vendono c) i deficienti come me che scelgono di stare in una romantica e bohemienne piccionaia (nel vero senso della parola visto che i piccioni sono i miei veri vicini di casa) quando il resto del mondo civilizzato non rinuncerebbe all'ascensore neanche se abitasse al piano rialzato!
Non a caso, uno dei sogni che faccio più di frequente è il seguente: io vado in macchina a fare la spesa al supermercato, compro 95 casse di ferrarelle, ma senza scompormi entro nel garage di casa attraverso il cancello radiocomandato, lascio comodamente le 95 casse d'acqua accanto al montacarichi sistemato in garage che le porterà direttamente al mio piano, e parcheggio la macchina in un box. La realtà è la seguente: vado in macchina a fare la spesa al supermercato e compro 95 casse di ferrarelle e fin qui è uguale, poi comincio a girare sei ore sotto casa per trovare un parcheggio fino a che trovo un posto a settecento metri da casa (il supermercato, per inciso, è a seicentocinquanta metri che facevo prima ad andarci a piedi), porto l'acqua fino a casa fermandomi a respirare ad ogni pianerottolo e a volte mi ci stendo tipo pelle di leone cercando di sopravvivere, infine arrivo su a casa chiedendomi come ho fatto a ridurmi così.
La mia prima notte con il mio nuovo compagno di vita si è rivelata disastrosa almeno quanto quella precedente senza di esso: infatti la macchina infernale non si distingue certo per la capacità refrigerante che pure dovrebbe essere il suo compito precipuo (la mia living room non ha certo le dimensioni di una piazza d'armi, ma al di là di un buona riduzione dell'umidità oltre non va), in compenso fa un frastuono della madonna che mi ha tenuto sveglio tutta la notte o quasi.
Ora, mentre scrivo, la macchina infernale è dietro di me, a tenermi compagnia con tutti i suoi 44 decibel certificati ISO 9001 e conformi alle leggi della UE. Il mio vecchio e silenzioso ventilatore è nel ripostiglio, in mezzo a tutte le altre stramaledette cianfrusaglie che prima o poi prenderanno vita e mi ammazzeranno nel sonno, ne sono certo. Sarà la mia meritata punizione per aver dato il mio contributo ad inquinare l'ambiente.

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sabato, 20 maggio 2006
911 Loose Change

Sull'undici settembre, e sulle mie convinzioni al riguardo, sono abituato ad essere preso, a seconda del grado di affetto che la gente prova nei miei confronti, come un mezzo pazzo che crede a qualsiasi panzana gli si racconti (che, togliendo il "mezzo pazzo", è esattamente ciò che penso io di chi crede alle cazzate che ci hanno raccontato in questi quattro anni e otto mesi), come un simpatico strambo un pò eccentrico con teorie tutte sueinfine, come il solito comunistoide sempre pronto a dubitare di tutto, manco dubitare fosse un male. Io ho solo cercato di dare risposte alle domande che mi si sono presentate in testa fin dai primissimi minuti dopo lo schianto degli aerei sulle torri: cui prodest?

Ora, un film indipendente americano riapre (o cerca di farlo) il dibattito. Io l'ho visto, e l'ho trovato interessante, per quanto alcune delle notizie in esso riportare mi fossero già note. Vi consiglio di vederlo, e farvi un'idea, senza pregiudizi. Poi, ognuno crederà quello che vuole. Il film si chiama "
911 Loose Change 2nd Edition", ovviamente basta fare una ricerca su Google e troverete decine di siti dai quali è possibile scaricarlo gratuitamente anche con comodi sottotitoli in italiano, io ve ne piazzo uno proprio qui.


Vi auguro buona visione, o almeno vi auguro la visione.

Nino
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martedì, 25 aprile 2006
The Great Beyond

Per tutti coloro che spingono un elefante su per le scale (perchè nell'ascensore non ci entra, chiaro).


Per Enza, che domani probabilmente rischia di prendere a pugni uno dei tanti baroni scaldasedie universitari che ha preso in giro lei e tanta altra gente in gamba come lei. Enza che mi diceva oggi al telefono che vorrebbe che sua figlia potesse crescere lontano da qui. Non mi restava molto altro da dire, se non darle ragione.


Per Debora (senza la acca, ci tiene molto). Non è facile navigare sempre controcorrente e da soli, e neanche te lo meriti. C'è che finge nella vita e chi non lo fa, tu non lo fai mai e per questo hai preso un mucchio di batoste.


Per Enrico, che ha provato a costruire un reparto migliore dove anche i cittadini di un'Italia diversa e minore potessero ricevere cure e attenzioni degne di un Paese civile. Enrico che è stato ostacolato, sminuito, frustrato, fino a rischiare di perdere anche l'unica cosa che nessuno può togliergli: il suo amore per il suo lavoro: almeno in questo hanno fallito, però.


Per Valeria, che invece un pò ha venduto se stessa in qualcosa non crede fino in fondo, e sta anche peggio.

Per me, che abito al quarto piano e l'ascensore neanche ce l'ho, e questo elefante pesa davvero.

postato da: Bad alle ore 22:40 | Permalink | commenti (24)
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martedì, 11 aprile 2006
Chi è causa del suo mal…
 
 
Mentre tornavo a casa stasera, dopo una lunga giornata di lavoro e un'altalena di montagne russe elettorali che non dimenticherò mai più, vedevo la pioggia, il diluvio universale, Giove Pluvio al suo meglio, che scendeva su Milano. Quasi quattordici ore di sala operatoria, e la terrificante prospettiva di altri cinque anni del nano (diventata improvvisamente reale) mi ispiravano cattivissimi pensieri. Uno di questi era: pioggia bastarda di merda, ieri hai piovigginato due gocce d’acqua, giusto per non far andare al mare gli elettori del centro destra, e adesso che le urne sono chiuse rovesci giù tutto ‘sto casino (perché in condizioni estreme, di caldo o di freddo o pioggia, vinciamo noi, così mi hanno detto nei giorni scorsi; io pensavo fossero elezioni politiche, invece evidentemente era una gara di resistenza). Mi rodeva il fegato a pensare che avevamo perso le elezioni per colpa di qualche millibar in più o in meno, e la prossima volta, per favore, mettiamo dentro nella nostra squadra anche Bernacca!
I pensieri torvi si accavallavano, mi tornavano in mente altre nottate elettorali vissute in piedi o quasi, soprattutto Bush-Kerry nel 2004, la speranza iniziale, la delusione finale, vissuta in diretta sui forum degli americani che avevano sperato di mandare a casa George Dabliù; e mentre prendeva corpo l’ipotesi di una sconfitta al Senato dovuta soprattutto al voto laziale, mi incazzavo come una jena con un blogger laziale mio conoscente che non è andato a votare al quale la prossima volta che passa di qui gli spezzerò sicuramente le ossa in tanti pezzettini quanti sono i seggi dati alla destra.
Ora, non so. Oggi pomeriggio persino i cinque punti di vantaggio mi sembravano il minimo, e poi succede che alle tre di notte cagandomi addosso sto a contare quanti cazzo di voti possono dare alla destra i 34 seggi di Lazio 2 che mancano all’appello, e poi succede che ci prendiamo camera (e ribalta) per uno striminzito 0,07 per cento dei voti. Roba da matti. In attesa che i senatori Tony Bevilacqua da Brukkolino, N.Y., e Gabriel Omar Pochettino da Villafranca, Buenos Aires, ribaltino l’esito del voto al senato.
Non so. Avremo anche una larga maggioranza alla camera, ma resta un voto inatteso, per certi versi per me deludente. Al senato abbiamo sette senatori a vita, dei quali quattro o cinque dovrebbero essere per il centro sinistra, e a maggio a questi si aggiungerà Ciampi. Sì, però la Rita Levi Montalcini ha 127 anni, quante finanziarie potrà votare ancora, povera nonna? E cosa vuoi governare, con una (ipotetica) maggioranza al senato di uno o due seggi?
Non so. Non capisco l’esultanza dei leaders dell’Ulivo sul palco di piazza Santi Apostoli. “Abbiamo vinto le elezioni”, dicono. Mah, io dico che sic stantibus rebus tuttalpiù si doveva dire che l’arduo compito di fare un governo tocca a noi, che intanto il nano non sarà più presdelcons e questa, comunque sia, è la notizia migliore del giorno che da sola vale il prezzo del biglietto, e se non ci riusciamo (a fare il governo) si torna a votare a breve, punto. Profilo basso, understatement, signori, sarebbe stato meglio. Che poi oggi il pueblo del centro destra ha risposto in massa alla chiamata alle armi del suo leader, ma magari fra qualche settimana o qualche mese si stancano, fa caldo, cheppalle queste elezioni sono tutti uguali abbiamo già votato il mese scorso o era l’altro e non sono stati capaci di fare un governo e vanno al mare, affluenza al 75% ed è fatta. Invece bandiere, cori, esultanze (finte: si vedeva benissimo che non ci credevano nemmeno loro), dimenticando che le camere sono e restano sempre due, non una sola. Boh. Non capisco. O meglio, capisco che volevano mettere sulla difensiva la destra dicendo “Comunque, abbiamo vinto noi”, ma a livello di immagine credo sia stata una mossa controproducente. Walter, quand’è che ti candidi? Cerca di spicciarti che ci servi.
Resta un fatto: pensavo, non solo speravo ma pensavo anche che il nano sarebbe stato non dico sonoramente bastonato, ma insomma, perlomeno elettoralmente punito. Pensavo che il fatto che il 95% delle persone di mia conoscenza, pur con stipendi anche più che discreti, non ha più di tremila euro in banca se va bene, alla fine influisse sulla cacciata del nano. Dobbiamo ammetterlo: non è stato così. Il nano, porco mondo, ha tenuto. Questo fondamentalmente vuol dire che siamo tutti coglioni, non solo quelli di centro sinistra, e intendo dire esattamente quel che ho detto. Se alle prossime elezioni politiche i due schieramenti candidassero Superman contro il mago Zurlì prenderebbero esattamente gli stessi voti che hanno preso fra ieri e oggi. Guardate gli spostamenti, i flussi elettorali, i cambiamenti di voto: zero, non ve n’è traccia. I partiti sono tutti solidificati ai loro valori da un decennio a questa parte. AN è sempre al 12%, FI al 22-23%, i DS al 19-21%… sempre uguali. Insomma, siamo cristallizzati nel nostro voto, e l’unica differenza rispetto a qualche anno fa, in termini sostanziali e non di decimi di punto, è semplicemente che cinque anni fa Rifondazione, radicali e pensionati non erano con noi, stop.
Il punto è proprio questo, e ci penso già da un po’: com’è possibile che per me il nano sia la peggiore jattura mai capitata all’umanità, e Prodi un candidato appena decente ma insomma, va bene anche lui, e per “gli altri”, quelli del centro destra, Berlusconi ricade nel range buon-imprenditore-ma-poli- tico-così-così fino a poco-meno-che-Dio-in-ter-ra, mentre mortadella ha fatto fallire l’IRI, retrocedere il Bulagna, cancellare la Virtus, sparso SARS e aviaria nel mondo e fa pure piovere quando è il nostro unico week end libero del mese? Com’è possibile che si sia arrivati ad una tale spaccatura dove ciò che per me è bianco per loro è nero e viceversa? Mi piacerebbe capirlo, e giuro che ci sto provando, perché se non ci proviamo mi sa che da questa impasse non ne usciamo più. Dipende solo dal leggere Repubblica invece del Giornale? Ma porca miseria, io odiavo Berlusconi dal 1985, avevo diciotto anni, della sua discesa in campo nessuno poteva sapere niente, però io vedendo i programmi delle sue reti mi dissi “Ma questo vuole rimbecillire gli italiani!”
(per inciso, sempre a diciotto anni pensavo che Craxi e la sua compagnia ci stava facendo vivere, tutti noi, molto al di sopra delle nostre possibilità, e che l’avremmo pagata cara, infatti poi arrivarono le finanziarie da 90.000 miliardi del governo Amato, la quasi bancarotta, tangentopoli. Cazzo se ci prendevo, a diciotto anni. Ora invece…)
Non so, stasera (stanotte) ho poche certezze. Vediamo cosa succede, vah, andiamo a dormire, magari ci salvano Tony Bevilacqua e Gabriel Pochettino…
 
P.S. l’unica cosa veramente divertente della giornata è che finalmente anche il centro destra, una volta tanto, se l’è messo da solo in quel posto. Siamo sinceri, la legge elettorale tanto contestata (giustamente, per di più) ci ha favorito clamorosamente. Loro 250mila voti in più al senato, un seggio di differenza. Noi 20mila voti in più alla camera, 63 seggi di differenza. Grazie, Calderoli.
E’ un po’ come vincere il derby al 90° su autogol. Un po’ triste, se pensavi o speravi di vincere tre a zero. Ma in fondo, sempre meglio di niente.

P.P.S. Aggiornamento della mattina. Il regalo è completo, e gli autogol diventano due; infatti anche al Senato l'Unione avrebbe la maggioranza grazie al voto dei senatori all'estero, frutto di una legge a mio parere sbagliata (come dicono gli anglosassoni, you vote where you pay taxes) voluta dalla destra, in particolare da Tremaglia. Allora devo veramente chiedere soccorso a Ennio Flajano: la situazione è grave ma non seria.
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martedì, 04 aprile 2006
… e anche coglioni!
 
(Assai poco) gentile Presidente del Consiglio dei Ministri,
Le scrivo questa missiva senza farmi alcuna illusione: so benissimo che non solo Lei non la leggerà mai, ma anche che saranno pochissimi gli Italiani che la leggeranno. Purtuttavia, io, comune cittadino, non ho a disposizione giornali, televisioni, rotocalchi compiacenti, per lanciare accuse e smentirle dopo cinque minuti: ho solo un blog, letto pochissimo, per di più, perciò mi vorrà scusare (mi consentirà, non è vero? Anzi, mi permette di riappropriarmi, fra le altre cose, del verbo “consentire”, che Lei ha espropriato?) se uso questo blog per risponderLe in merito a quanto da Lei affermato stamane davanti alla platea della Confcommercio.
Cito le Sue testuali parole: "Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi".
Bene, signor Presidente del Consiglio, io sono proprio uno di quei milioni di Italiani al quale Lei ha dato del coglione stamattina, e la mia prima reazione, dopo aver letto (e udito) le Sue affermazioni, è stata, una volta di più, di profondo sdegno per le Sue parole così gravi, rivolte perlomeno alla metà dei cittadini del Paese di cui Lei è a capo del potere esecutivo. Così facendo Lei ha offeso me, la mia storia, la mia famiglia, la storia di una parte dell’Italia alla quale appartenere è stato ed è per me un privilegio. Tra l’altro, signor Presidente, io posso permettermi di non ritenerLa il mio Presidente: ma Lei non può permettersi, per il ruolo che occupa, di non ritenermi un Suo cittadino, e l’epiteto “coglione” non è esattamente quello che un buon Primo Ministro dovrebbe affibbiare alla metà dei propri elettori!
Ma poi ho pensato: perché sdegnarsi? In fondo, il Presidente ha ragione. Sì, signor Presidente, non c’è nessun motivo di arrabbiarsi, Lei ha detto una cosa giustissima. Infatti, a ben pensarci, io voto contro i miei interessi. Lavoro in una azienda del settore privato della Lombardia la quale ha tutti gli interessi a che Lei vinca queste e le future elezioni. Come dipendente di questa azienda, dovrei augurarmi una Sua vittoria. Ma non lo faccio.
Intendiamoci, signor Presidente: lungi da me qualsivoglia intenzione di atteggiarmi a martire, o di far finta che il mio sia chissà quale sacrificio. Il mio posto di lavoro è comunque ben saldo, e la Sua vittoria mi porterebbe si e no qualche centinaio di euro in più all’anno. Pur in bolletta fissa come sono, posso farne a meno e mangiare comunque tutti i giorni. Non sono certo un eroe.
Ma uno che vota contro i propri interessi, sì. E come me, dalla mia parte, ce ne sono tanti altri, per questo non mi offendo per la Sua frase, signor Presidente: Lei ci chiama “coglioni” perché non riesce a capire quello che siamo, perché dalla Sua parte tutti votano per il proprio portafoglio. Non sa come identificarci altrimenti, e allora, visto che il Suo vocabolario, così ricco e persino ridondante quando si affrontano altri argomenti, improvvisamente si impoverisce quando è della sinistra che si parla (tanto da sfiorare, diciamo, una certa monotonia), allora noi per Lei siamo coglioni.
Siamo coglioni perché votiamo (almeno in parte; non tutti, certo) anche secondo principi di solidarietà, di senso civile e sociale, che a Lei sono sconosciuti.
Siamo coglioni perché paghiamo le tasse e non reputiamo lo Stato un mostro da gabbare il più possibile, ma lo reputiamo quello che è, la res publica.
Siamo coglioni perché non vogliamo un Paese di furbi e furbetti, da qualunque parte essi stiano, compresa la nostra.
 
Lei questo non riesce a capirlo, e allora ci appella come ha fatto oggi. Perché dovrei offendermi? In fondo ci ha preso, come poche volte ha fatto in questi cinque anni. Quasi mi viene da ringraziarLa. E, molto sentitamente, salutarLa.
Arrivederci.
Anzi, visto che Le sto parlando come al Presidente del Consiglio, addio.
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domenica, 02 aprile 2006
Santi, poeti, e giustizialisti

Mi ero ripromesso di non scrivere più di simili argomenti; in realtà mi ero ripromesso anche di scrivere poco in generale, ma quanto sta accadendo in questi giorni (anzi, da ieri sera) in Italia mi riempie di indignazione, un'indignazione alla rovescia che proprio non riesco a trattenere.
La storia è quella, tristemente nota, della morte del piccolo Tommaso. Una vicenda terribile, che credo ormai sia conosciuta da chiunque. Non ho intenzione di ripercorrerla qui.
Ma nelle ultime ventiquattro ore, un tripudio di opinioni, interventi, in tutte le salse, in tutte le trasmissioni televisive (anche quelle che per natura dovrebbero occuparsi di altro, come quelle sportive); del resto, cosa mi aspetto da trasmissioni nelle quali un giornalista pone al suo ospite una domanda del tipo "Cosa pensi della morte del piccolo Tommaso?".
Cosa vuoi ne pensi? Cosa vuoi che ti dica, che è stata una gran cosa? Che razza di frase è questa? Quasi quasi mi piacerebbe sentire uno che, per smascherare l'assurdità di simili domande, rispondesse "Hanno fatto bene!". Ma non capiremmo, e magari metteremmo a morte anche lui.
Siamo un Paese facile all'indignazione, quando non costa nulla. Persino le curve d