Non è colpa di nessuno
lunedì, 22 agosto 2005
Peter*
 
 
La strada davanti a me è lunga e ampia; ho incontrato questa strada per la prima volta già molti anni fa, nei versi di una canzone, e non l’ho mai più dimenticato. Ma allora non sapevo dove si trovasse questa strada; in realtà, non sapevo neanche che di una strada si trattasse.
La Neva, da qui, è solo un’idea ancor frammentata in diversi canali, ma qualche chilometro più in là diventa fiume che ai miei occhi di italiano che ancora si gira in autostrada a guardare il Po assume dimensioni enormi.
Tre nomi in un secolo, tanti ne ha avuti questa città: Petrograd, poi Leningrado, infine l’attuale San Pietroburgo, che io trovo un nome bellissimo e assai consono alla città, con quel sapore di fine ottocento che tanto si confà ad essa. Dietro ogni angolo, mi aspetto di vedere bolscevichi pronti a detronizzare i Romanov, e la Finlandia, con la sua stazione, l’ultima, dalla quale partì Lenin, è molto vicina.
Ma poi mi guardo attorno, e sulla Prospettiva Nevski vedo le matrone che col megafono in mano cercano di convincermi a visitare la città dal loro punto di vista, mentre Pietro il Grande sopravvive non più nelle sale del Palazzo d’Inverno, ma per strada, nei suoi tanti emuli che vestiti col suo pastrano verde per soli 50 rubli ti offrono la foto con il tuffo nel passato (pochi metri più in là, e allo stesso prezzo, c’è l’attrattiva di Caterina II, ma la ragazza che ne porta le vesti è troppo bella per somigliare all’Imperatrice).
Mi piace San Pietroburgo: amo visitare le città con uno splendido passato, e vivere in quelle con un presente più facile. Le matrone e i cloni di Pietro e Caterina non riescono ad eliminare, anzi, concorrono ad erigere l’immagine di una città splendidamente decadente, romantica nel senso originale del termine, decisa a sprofondare nella Baia Finlandese con il suo passato e i suoi splendidi abiti di una volta (forse un pò più logori). I grandi architetti italiani che hanno contribuito ad erigerla tre secoli fa o quasi le hanno attribuito un’aria di nobile sfiorita che il passare degli anni ha solo contribuito a portare alla sua giusta dimensione, sì, credo che San Pietroburgo sia più bella adesso di quando vi abitava e moriva Dostojevski, e forse sarà ancora più bella, bellissima, nell’ultimo istante della sua esistenza. Ci sono città che hanno un destino tragico e altre che non lo hanno: San Pietroburgo lo porta dentro di sé, come uno dei tanti capolavori della letteratura mondiale che qui sono nati e non avrebbero potuto nascere in nessun’altra città di questa nazione seppure tanto portata alla tragedia di per sé.
Eppure, forse per contrasto all’idea di tragico che la città inspira, la gioventù pietroburghese è molto più attiva di quella moscovita, unico paragone possibile. Concerti, teatri, associazioni giovanili, e caffè e musica ovunque, più che nella stessa Mosca; e qui, all’Accademia del Balletto, la più grande scuola di danza del mondo, hanno imparato a danzare Nureyev, Nijinski, Barishnikov, tutti i più grandi che poi la necessità di rappresentanza sovietica spostava al Bolshoi.
Fatto per me inusuale nei miei precedenti viaggi in Russia, sento ovunque parlare la mia lingua: ma basta guardare le bellissime ragazze pietroburghesi per capire chi ha affrontato il lungo viaggio fin qui nella speranza (credo non troppo difficile a realizzarsi) di un amore estivo suggellato da un “da”. I ragazzi italiani scorrazzano lungo i caffè e le discoteche della città; niente è più riconoscibile di un italiano all’estero, non c’è bisogno che apra bocca: basta constatare la quantità di abiti firmati che porta addosso; però i colori scuri dei miei connazionali bene si uniscono ai colori chiari delle ragazze russe. Sorrido ai loro tentativi di abbordaggio: l’inglese qui è ancora tabù per molti; chissà se le guide Lonely Planet insegnano le frasi giuste a rimorchiare una ragazza, oltre che ad affittare una camera e a chiedere in quale direzione devo andare per vedere il tal museo.
Chiedo di vedere il mar Baltico: una deludente gita a Kronstadt ne è l’occasione, per fortuna per arrivarci bisogna attraversare la baia. Nato come sono ai bordi dell’Adriatico, i colori scuri del Baltico mi incuriosiscono: ma definire “limacciosa” la baia finlandese in agosto sarebbe troppo anche per me; certo che non deve essere un mare troppo tenero con chi ci convive, e San Pietroburgo su di esso (e su di una posizione geografica peraltro davvero felice) ha tentato di costruirsi una vocazione mercantile. Ma settant’anni di Soviet preceduti da due secoli di Zarismo sono stati un regalo troppo ghiotto che Amburgo e Rotterdam non si sono lasciati scappare; forse anche per questo la città sembra avere un fondo di tristezza, come se il destino l’avesse privata di qualcosa che era suo di diritto premiando al suo posto città infinitamente meno belle. Perciò San Pietroburgo guarda sempre al mare, e in esso vuole riconoscersi e ritagliarsi uno spazio: sembra importarle molto meno l’immenso apporto da essa fornito alla vita culturale europea nell’ottocento soprattutto, e in parte anche nel novecento.
L’Hermitage è una tappa obbligata: ma di pittura capisco ancor meno che di altro, così dirò solo che mi emoziona l’uso dei colori di Gauguin, e il cubismo. Di scultura, poi, neanche a parlarne: non saprei distinguere la Pietà da una statua da giardino. Non è neanche il peggiore dei miei difetti.
Ma ho buona memoria per i versi delle canzoni: e avevo incontrato la città in queste due righe, per me bellissime, un po’ di anni fa:
 
"Un giorno sulla Prospettiva Nevski
per caso vi incontrai Igor Stravinski"
 
e forse quel giorno contrassi un debito d’amore con una città bella e sconosciuta che ho finalmente saldato, adesso.
 
 
*Peter è il nome con il quale i Russi chiamano San Pietroburgo: così, a ben pensarci, i nomi diventano quattro.
postato da: Bad alle ore 17:05 | Permalink | commenti (32)
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sabato, 06 agosto 2005

Orecchiette e vodka

Insomma, si torna a casa...

che poi, a pensarci bene, quando la colpa era tutta di Paul King invece di non essere di nessuno come ora, ogni estate che tornavo dalle mie parti mi sparavo almeno uno o due post sul Sud... e il ritorno alle origini... e il contatto con la madre terra... e il Sud non lo puoi spiegare... e così e colà... e insomma mi viene in mente che effettivamente era un bel martellamento sui santissimi (per quanto, gli ospiti del blog erano tutti molto gentili a non lamentarsi, magari poi andavano a suicidarsi in bagno ma il commento era sempre molto educato e carino, very politically correct).

ma diciamo la verità: uno a casa ci torna solo per le orecchiette!!!

(e già, e a San Pietroburgo e sul mar Nero le orecchiette però non ci sono!!!)

postato da: Bad alle ore 00:26 | Permalink | commenti (13)
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martedì, 02 agosto 2005
Rain on me
 
 
Stasera ha piovuto, anche su questo balcone, e pioveva forte e tirava vento che non sembrava più neanche la stessa città. Pioveva sul mio balcone e sulla mia testa e Dio sa se ne avevo bisogno, avevo troppe cose da lavare via.
Domani il cielo di questa città sarà azzurro e anche questo la renderà diversa dal solito. L’azzurro sarà nitidissimo e in lontananza, però vicine come se potessi toccarle, si vedranno le montagne, e ancora una volta mi stupirò di quanto in realtà siano vicine.
Dalla finestra della mia camera di bambino, oltre la statale, oltre la campagna, oltre i campi di grano, vedevo altre montagne. Erano molto più basse di queste, e più brulle. Però oltre quelle montagne c’era un mare bellissimo e lontano, e per il bambino che ero raggiungere quel mare ogni volta significava cambiare un mondo, significava lasciare la pianura, percorrere stretti tornanti, guardare appena oltre il guardrail da quasi mille metri di altezza e scoprire i faraglioni; il mal d’auto mi tormentava ma non dicevo mai a mio padre di fermare la macchina e farmi riposare un po’, stavo zitto e guardavo in basso verso il mare. Forse neanche lo sapevo che sarebbe bastato fermare un po’ la macchina per sentirmi meglio, pensavo che così doveva essere e basta, quindi era inutile lamentarsi. Non mi chiedevo cosa sarei diventato in seguito o forse sì, però sapevo che avevo paura, tanta paura; paura di non farcela, di essere inadeguato, paura di non essere dalla parte giusta del mondo (che non sapevo quale fosse, la parte giusta, ma sapevo che ci doveva essere).
E’ passato tanto tempo. Oggi mia madre compie 74 anni. Ricordo molti suoi compleanni, ricordo quello di 25 anni fa, perché quel giorno a casa arrivò il mio primo pastore tedesco, io avevo tredici anni ed era una buona età per avere un cane; quel giorno il telegiornale delle tredici mi disse che molta gente era morta in una stazione ferroviaria, morta senza sapere perchè.
Oggi non dubito più di essere inadeguato: ne sono certo. Mi faccio ferire ancora, oggi come allora, dalla meschinità gratuita, dal grigiore dei comportamenti calcolati persino (soprattutto) quando in gioco ci sono le cose più importanti; non fa differenza alcuna se di queste tristezze io sia vittima o semplice spettatore. Potremmo fare mille volte di più e di meglio, ma preferiamo invecchiare al riparo dei nostri comportamenti stereotipati: bene così, moriremo tristi, però nella piena approvazione della società che ci circonda.
Neanche sopporto più le corazze che ci costruiamo, la gente che dice di voler scappare. Non sopporto più la frase “Ho bisogno dei miei spazi” e il cielo sa quante volte io stesso l’ho pronunciata. Ma da che cosa dobbiamo scappare? Scappiamo solo perché restare è più difficile e le cose difficili non ci piacciono. Non sopporto le corazze e l’invincibilità che ci trasciniamo dietro come un trofeo (il più importante) conquistato al gioco della vita. Se fossimo onesti, dovremmo ammettere che quel trofeo è il lucchetto dietro il quale ci siamo ben chiusi a chiave. Fingiamo di essere belli tosti, invece siamo nient’altro che mozzarelle andate a male che nessuno vuole più.
Non sopporto chi ti cerca solo quando ha bisogno.
Io ho bisogno di chiunque, ma non cerco nessuno.
Non sopporto chi ti giudica dalle scarpe che indossi. Non sopporto chi ti chiede “Dove vai in vacanza?”, primo perché è una domanda stupida, infatti a te cosa te ne frega in quale villaggio turistico esattamente uguale a tutti gli altri, su quale barca a vela esattamente uguale a tutte le altre andrò a spendere i miei soldi, secondo perché neanche ascolti la mia replica e potrei anche controbattere che in vacanza andrò all’inferno con quella puttana di tua moglie o tua sorella che mi risponderesti comunque “Ah, bello. Hai prenotato su Internet?”.
Non sopporto chi cambia sempre macchina, chi non ascolta la musica, chi si pavoneggia perché ascolta bella musica e conosce sempre una canzone più di te (amico mio, non posso smettere di ascoltare gli stramaledetti xxxx yyyy solo perché io li ho scoperti quando hanno fatto successo e tu invece eri lì ad ascoltarli già da quando suonavano in cantina).
Non sopporto niente e ho scoperto di essere inadeguato, ma non ne ho più paura. Da qualche parte troverò il filo da sbrogliare, altrimenti, sarà comunque una vita vissuta degnamente quella passata alla sua ricerca.
Nino.
 
postato da: Bad alle ore 22:30 | Permalink | commenti (13)
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