E di nuovo cambio casa
E’ venerdì mattina, dovrei alzarmi per andare a lavorare, ma la sera prima ho bevuto troppo e mi fa male la testa. Non c’è verso, l’alcool non fa per me, mi fa starnutire e mi fa sempre venire un gran mal di testa, perciò bevo pochissimo.
E’ lunedì sera e devo andare a fare la notte, ho 39 di febbre ma io a lavorare con la febbre ci vado, do forfait solo quando la sera prima ho fatto troppo tardi.
E’ giovedì sera e un tizio che suona in un locale sui Navigli mi fa riascoltare una vecchia e bellissima canzone di Ivano Fossati, poi cantiamo qualche vecchia canzone assieme quando la sua fidanzata (che è una mia amica) ce lo chiede, ci facciamo complimenti reciproci e poi lui mi parla del suo disco che sta per uscire, di un suo progetto di andarsene dall’Italia e aprire un locale a Fuerte Ventura, e poi mi dice “stasera c’è poca gente” e io gli dico tutto serio che ci saranno almeno il doppio delle persone che normalmente vengono a sentire me, ed è vero.
E’ venerdì sera e sono in un posto per superfighetti in corso Como. Mi offrono da bere e io bevo, ballo, parlo con la gente e per tutto il tempo penso “Ma che ci faccio qui? Io odio corso Como!”
E’ sabato sera e stavolta sono io quello che deve suonare e cantare su una specie di palcoscenico. Davanti a me c’è gente che mangia e beve, per i primi venti minuti la ragazza che gestisce il locale mi chiede di non tenere il volume troppo alto perché potrebbe infastidire la gente, io già ho la febbre e il mal di gola e ancora mi dico “Cosa ci faccio qui?”.
E’ lunedì notte e quella vecchietta di ottantadue anni è arrivata da noi in Pronto Soccorso per una insufficienza respiratoria cronica riacutizzata: quello che si dice, in spregio alla deontologia medica, un gran pacco. La terapia intensiva è strapiena quindi vado a vederla in P.S. pronto ad arrabbiarmi con i colleghi che accettano malati critici pur con la rianimazione stracolma; ho trentanove di febbre, cavolo, non voglio farmi un trasferimento alle due di notte.
L’internista che mi si para davanti la conosco solo di vista, ma potrei scrivere la storia della sua vita come niente: cognome da buona famiglia di sangue padano puro, sposata ad un marito che sicuramente conosce almeno dai tempi del liceo, carina, con la faccia giusta, anzi, giustissima, credo che faccia l’amore sempre a letto nella posizione del missionario, non si interessa di politica però vota centrodestra perché “Tutti così in famiglia”. Nessun dubbio, solo certezze. La classifico mentalmente come “giovane” il che mi fa subito pensare che l’uso sempre più frequente di questo aggettivo da parte mia è un chiaro segno del mio invecchiamento. L’emogas della nonnina fa schifo, lo stato di coscienza pure, ma respira ancora.
“Dai, intubiamola” mi dice l’internista carina.
“Io non la intuberei, aspettiamo domani mattina” le dico io.
“Ma no, non vedi che non ce la fa? Intubiamola”
“Ha ancora una meccanica accettabile, è soporosa ma risvegliabile, se la intubi ora la estubi fra due mesi, aspettiamo domani mattina”
“Va beh, l’anestesista sei tu, ma mi gioco una mano che domani mattina dovremo intubarla”
E’ giovane, e io sorrido. Ha tutte le certezze e nessun dubbio, mentre io ho tanti dubbi, compreso quello che alla fine abbia ragione lei, ma come spiegarglielo?
Tira un forte vento a Milano, io pulisco casa, metto in ordine, vinco scommesse e le perdo. Al primo appuntamento sono uno molto simpatico, al secondo appuntamento sono proprio io quello, il terzo appuntamento non c’è mai perché nel frattempo mi è già arrivato un sms o una mail dove mi si avvisa che sono un gran bastardo. Non so dar loro torto. Io e il mio computer abbiamo preso un virus, ma io sono più furbo di lui perché sono guarito. La mia macchina è ad ingrassare i signori che si fanno pagare un tagliando come se fosse un’operazione a cuore aperto.
Continuo ad avere molti dubbi e poche certezze, ma vado avanti con quello che ho.
E’ sabato sera e la gente che due ore prima era seduta e mi ascoltava distrattamente ora è in piedi a ballare, giacche e cravatte sono cadute lontano e io noto con piacere che Depeche Mode e Simple Minds fanno ancora la loro figura; almeno per qualche settimana, la richiesta del mio socio di suonare qualche canzone di Ricky Martin potrà essere accantonata senza problemi. Una ragazza molto carina si avvicina e chiede di cantare una canzone assieme a me; detto fatto. Il socio (che a parte i suoi gusti musicali pessimi, è un bravissimo figlio) mi dice “Chiedile il numero di telefono” e io quasi gli do retta, ma poi non lo faccio. In fondo, perché dovrei? Per stasera va bene così.
E’ martedì mattina e io arrivo in Pronto Soccorso alle sette. Sono andato a dormire con la febbre e mi sono svegliato senza. Nessuno mi ha chiamato, voglio vedere come sta la nonnina. L’internista carina mi vede arrivare da lontano e mi sorride, poi dice al suo infermiere “Ho perso una scommessa, anzi, una mano”. La nonnina è sveglia e pimpante, per oggi niente tubo. L’internista mi dice che avevo ragione io, io cerco di farle capire che per quanto ne sapevo io, avrebbe potuto avere ragione lei. Poi decido che per oggi è abbastanza, e vado a fare colazione, sono senza macchina, senza soldi, senza febbre, senza voce, ma giovedì, sì, giovedì andrà meglio.

