Non è colpa di nessuno
martedì, 25 aprile 2006
The Great Beyond

Per tutti coloro che spingono un elefante su per le scale (perchè nell'ascensore non ci entra, chiaro).


Per Enza, che domani probabilmente rischia di prendere a pugni uno dei tanti baroni scaldasedie universitari che ha preso in giro lei e tanta altra gente in gamba come lei. Enza che mi diceva oggi al telefono che vorrebbe che sua figlia potesse crescere lontano da qui. Non mi restava molto altro da dire, se non darle ragione.


Per Debora (senza la acca, ci tiene molto). Non è facile navigare sempre controcorrente e da soli, e neanche te lo meriti. C'è che finge nella vita e chi non lo fa, tu non lo fai mai e per questo hai preso un mucchio di batoste.


Per Enrico, che ha provato a costruire un reparto migliore dove anche i cittadini di un'Italia diversa e minore potessero ricevere cure e attenzioni degne di un Paese civile. Enrico che è stato ostacolato, sminuito, frustrato, fino a rischiare di perdere anche l'unica cosa che nessuno può togliergli: il suo amore per il suo lavoro: almeno in questo hanno fallito, però.


Per Valeria, che invece un pò ha venduto se stessa in qualcosa non crede fino in fondo, e sta anche peggio.

Per me, che abito al quarto piano e l'ascensore neanche ce l'ho, e questo elefante pesa davvero.

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martedì, 11 aprile 2006
Chi è causa del suo mal…
 
 
Mentre tornavo a casa stasera, dopo una lunga giornata di lavoro e un'altalena di montagne russe elettorali che non dimenticherò mai più, vedevo la pioggia, il diluvio universale, Giove Pluvio al suo meglio, che scendeva su Milano. Quasi quattordici ore di sala operatoria, e la terrificante prospettiva di altri cinque anni del nano (diventata improvvisamente reale) mi ispiravano cattivissimi pensieri. Uno di questi era: pioggia bastarda di merda, ieri hai piovigginato due gocce d’acqua, giusto per non far andare al mare gli elettori del centro destra, e adesso che le urne sono chiuse rovesci giù tutto ‘sto casino (perché in condizioni estreme, di caldo o di freddo o pioggia, vinciamo noi, così mi hanno detto nei giorni scorsi; io pensavo fossero elezioni politiche, invece evidentemente era una gara di resistenza). Mi rodeva il fegato a pensare che avevamo perso le elezioni per colpa di qualche millibar in più o in meno, e la prossima volta, per favore, mettiamo dentro nella nostra squadra anche Bernacca!
I pensieri torvi si accavallavano, mi tornavano in mente altre nottate elettorali vissute in piedi o quasi, soprattutto Bush-Kerry nel 2004, la speranza iniziale, la delusione finale, vissuta in diretta sui forum degli americani che avevano sperato di mandare a casa George Dabliù; e mentre prendeva corpo l’ipotesi di una sconfitta al Senato dovuta soprattutto al voto laziale, mi incazzavo come una jena con un blogger laziale mio conoscente che non è andato a votare al quale la prossima volta che passa di qui gli spezzerò sicuramente le ossa in tanti pezzettini quanti sono i seggi dati alla destra.
Ora, non so. Oggi pomeriggio persino i cinque punti di vantaggio mi sembravano il minimo, e poi succede che alle tre di notte cagandomi addosso sto a contare quanti cazzo di voti possono dare alla destra i 34 seggi di Lazio 2 che mancano all’appello, e poi succede che ci prendiamo camera (e ribalta) per uno striminzito 0,07 per cento dei voti. Roba da matti. In attesa che i senatori Tony Bevilacqua da Brukkolino, N.Y., e Gabriel Omar Pochettino da Villafranca, Buenos Aires, ribaltino l’esito del voto al senato.
Non so. Avremo anche una larga maggioranza alla camera, ma resta un voto inatteso, per certi versi per me deludente. Al senato abbiamo sette senatori a vita, dei quali quattro o cinque dovrebbero essere per il centro sinistra, e a maggio a questi si aggiungerà Ciampi. Sì, però la Rita Levi Montalcini ha 127 anni, quante finanziarie potrà votare ancora, povera nonna? E cosa vuoi governare, con una (ipotetica) maggioranza al senato di uno o due seggi?
Non so. Non capisco l’esultanza dei leaders dell’Ulivo sul palco di piazza Santi Apostoli. “Abbiamo vinto le elezioni”, dicono. Mah, io dico che sic stantibus rebus tuttalpiù si doveva dire che l’arduo compito di fare un governo tocca a noi, che intanto il nano non sarà più presdelcons e questa, comunque sia, è la notizia migliore del giorno che da sola vale il prezzo del biglietto, e se non ci riusciamo (a fare il governo) si torna a votare a breve, punto. Profilo basso, understatement, signori, sarebbe stato meglio. Che poi oggi il pueblo del centro destra ha risposto in massa alla chiamata alle armi del suo leader, ma magari fra qualche settimana o qualche mese si stancano, fa caldo, cheppalle queste elezioni sono tutti uguali abbiamo già votato il mese scorso o era l’altro e non sono stati capaci di fare un governo e vanno al mare, affluenza al 75% ed è fatta. Invece bandiere, cori, esultanze (finte: si vedeva benissimo che non ci credevano nemmeno loro), dimenticando che le camere sono e restano sempre due, non una sola. Boh. Non capisco. O meglio, capisco che volevano mettere sulla difensiva la destra dicendo “Comunque, abbiamo vinto noi”, ma a livello di immagine credo sia stata una mossa controproducente. Walter, quand’è che ti candidi? Cerca di spicciarti che ci servi.
Resta un fatto: pensavo, non solo speravo ma pensavo anche che il nano sarebbe stato non dico sonoramente bastonato, ma insomma, perlomeno elettoralmente punito. Pensavo che il fatto che il 95% delle persone di mia conoscenza, pur con stipendi anche più che discreti, non ha più di tremila euro in banca se va bene, alla fine influisse sulla cacciata del nano. Dobbiamo ammetterlo: non è stato così. Il nano, porco mondo, ha tenuto. Questo fondamentalmente vuol dire che siamo tutti coglioni, non solo quelli di centro sinistra, e intendo dire esattamente quel che ho detto. Se alle prossime elezioni politiche i due schieramenti candidassero Superman contro il mago Zurlì prenderebbero esattamente gli stessi voti che hanno preso fra ieri e oggi. Guardate gli spostamenti, i flussi elettorali, i cambiamenti di voto: zero, non ve n’è traccia. I partiti sono tutti solidificati ai loro valori da un decennio a questa parte. AN è sempre al 12%, FI al 22-23%, i DS al 19-21%… sempre uguali. Insomma, siamo cristallizzati nel nostro voto, e l’unica differenza rispetto a qualche anno fa, in termini sostanziali e non di decimi di punto, è semplicemente che cinque anni fa Rifondazione, radicali e pensionati non erano con noi, stop.
Il punto è proprio questo, e ci penso già da un po’: com’è possibile che per me il nano sia la peggiore jattura mai capitata all’umanità, e Prodi un candidato appena decente ma insomma, va bene anche lui, e per “gli altri”, quelli del centro destra, Berlusconi ricade nel range buon-imprenditore-ma-poli- tico-così-così fino a poco-meno-che-Dio-in-ter-ra, mentre mortadella ha fatto fallire l’IRI, retrocedere il Bulagna, cancellare la Virtus, sparso SARS e aviaria nel mondo e fa pure piovere quando è il nostro unico week end libero del mese? Com’è possibile che si sia arrivati ad una tale spaccatura dove ciò che per me è bianco per loro è nero e viceversa? Mi piacerebbe capirlo, e giuro che ci sto provando, perché se non ci proviamo mi sa che da questa impasse non ne usciamo più. Dipende solo dal leggere Repubblica invece del Giornale? Ma porca miseria, io odiavo Berlusconi dal 1985, avevo diciotto anni, della sua discesa in campo nessuno poteva sapere niente, però io vedendo i programmi delle sue reti mi dissi “Ma questo vuole rimbecillire gli italiani!”
(per inciso, sempre a diciotto anni pensavo che Craxi e la sua compagnia ci stava facendo vivere, tutti noi, molto al di sopra delle nostre possibilità, e che l’avremmo pagata cara, infatti poi arrivarono le finanziarie da 90.000 miliardi del governo Amato, la quasi bancarotta, tangentopoli. Cazzo se ci prendevo, a diciotto anni. Ora invece…)
Non so, stasera (stanotte) ho poche certezze. Vediamo cosa succede, vah, andiamo a dormire, magari ci salvano Tony Bevilacqua e Gabriel Pochettino…
 
P.S. l’unica cosa veramente divertente della giornata è che finalmente anche il centro destra, una volta tanto, se l’è messo da solo in quel posto. Siamo sinceri, la legge elettorale tanto contestata (giustamente, per di più) ci ha favorito clamorosamente. Loro 250mila voti in più al senato, un seggio di differenza. Noi 20mila voti in più alla camera, 63 seggi di differenza. Grazie, Calderoli.
E’ un po’ come vincere il derby al 90° su autogol. Un po’ triste, se pensavi o speravi di vincere tre a zero. Ma in fondo, sempre meglio di niente.

P.P.S. Aggiornamento della mattina. Il regalo è completo, e gli autogol diventano due; infatti anche al Senato l'Unione avrebbe la maggioranza grazie al voto dei senatori all'estero, frutto di una legge a mio parere sbagliata (come dicono gli anglosassoni, you vote where you pay taxes) voluta dalla destra, in particolare da Tremaglia. Allora devo veramente chiedere soccorso a Ennio Flajano: la situazione è grave ma non seria.
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martedì, 04 aprile 2006
… e anche coglioni!
 
(Assai poco) gentile Presidente del Consiglio dei Ministri,
Le scrivo questa missiva senza farmi alcuna illusione: so benissimo che non solo Lei non la leggerà mai, ma anche che saranno pochissimi gli Italiani che la leggeranno. Purtuttavia, io, comune cittadino, non ho a disposizione giornali, televisioni, rotocalchi compiacenti, per lanciare accuse e smentirle dopo cinque minuti: ho solo un blog, letto pochissimo, per di più, perciò mi vorrà scusare (mi consentirà, non è vero? Anzi, mi permette di riappropriarmi, fra le altre cose, del verbo “consentire”, che Lei ha espropriato?) se uso questo blog per risponderLe in merito a quanto da Lei affermato stamane davanti alla platea della Confcommercio.
Cito le Sue testuali parole: "Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi".
Bene, signor Presidente del Consiglio, io sono proprio uno di quei milioni di Italiani al quale Lei ha dato del coglione stamattina, e la mia prima reazione, dopo aver letto (e udito) le Sue affermazioni, è stata, una volta di più, di profondo sdegno per le Sue parole così gravi, rivolte perlomeno alla metà dei cittadini del Paese di cui Lei è a capo del potere esecutivo. Così facendo Lei ha offeso me, la mia storia, la mia famiglia, la storia di una parte dell’Italia alla quale appartenere è stato ed è per me un privilegio. Tra l’altro, signor Presidente, io posso permettermi di non ritenerLa il mio Presidente: ma Lei non può permettersi, per il ruolo che occupa, di non ritenermi un Suo cittadino, e l’epiteto “coglione” non è esattamente quello che un buon Primo Ministro dovrebbe affibbiare alla metà dei propri elettori!
Ma poi ho pensato: perché sdegnarsi? In fondo, il Presidente ha ragione. Sì, signor Presidente, non c’è nessun motivo di arrabbiarsi, Lei ha detto una cosa giustissima. Infatti, a ben pensarci, io voto contro i miei interessi. Lavoro in una azienda del settore privato della Lombardia la quale ha tutti gli interessi a che Lei vinca queste e le future elezioni. Come dipendente di questa azienda, dovrei augurarmi una Sua vittoria. Ma non lo faccio.
Intendiamoci, signor Presidente: lungi da me qualsivoglia intenzione di atteggiarmi a martire, o di far finta che il mio sia chissà quale sacrificio. Il mio posto di lavoro è comunque ben saldo, e la Sua vittoria mi porterebbe si e no qualche centinaio di euro in più all’anno. Pur in bolletta fissa come sono, posso farne a meno e mangiare comunque tutti i giorni. Non sono certo un eroe.
Ma uno che vota contro i propri interessi, sì. E come me, dalla mia parte, ce ne sono tanti altri, per questo non mi offendo per la Sua frase, signor Presidente: Lei ci chiama “coglioni” perché non riesce a capire quello che siamo, perché dalla Sua parte tutti votano per il proprio portafoglio. Non sa come identificarci altrimenti, e allora, visto che il Suo vocabolario, così ricco e persino ridondante quando si affrontano altri argomenti, improvvisamente si impoverisce quando è della sinistra che si parla (tanto da sfiorare, diciamo, una certa monotonia), allora noi per Lei siamo coglioni.
Siamo coglioni perché votiamo (almeno in parte; non tutti, certo) anche secondo principi di solidarietà, di senso civile e sociale, che a Lei sono sconosciuti.
Siamo coglioni perché paghiamo le tasse e non reputiamo lo Stato un mostro da gabbare il più possibile, ma lo reputiamo quello che è, la res publica.
Siamo coglioni perché non vogliamo un Paese di furbi e furbetti, da qualunque parte essi stiano, compresa la nostra.
 
Lei questo non riesce a capirlo, e allora ci appella come ha fatto oggi. Perché dovrei offendermi? In fondo ci ha preso, come poche volte ha fatto in questi cinque anni. Quasi mi viene da ringraziarLa. E, molto sentitamente, salutarLa.
Arrivederci.
Anzi, visto che Le sto parlando come al Presidente del Consiglio, addio.
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domenica, 02 aprile 2006
Santi, poeti, e giustizialisti

Mi ero ripromesso di non scrivere più di simili argomenti; in realtà mi ero ripromesso anche di scrivere poco in generale, ma quanto sta accadendo in questi giorni (anzi, da ieri sera) in Italia mi riempie di indignazione, un'indignazione alla rovescia che proprio non riesco a trattenere.
La storia è quella, tristemente nota, della morte del piccolo Tommaso. Una vicenda terribile, che credo ormai sia conosciuta da chiunque. Non ho intenzione di ripercorrerla qui.
Ma nelle ultime ventiquattro ore, un tripudio di opinioni, interventi, in tutte le salse, in tutte le trasmissioni televisive (anche quelle che per natura dovrebbero occuparsi di altro, come quelle sportive); del resto, cosa mi aspetto da trasmissioni nelle quali un giornalista pone al suo ospite una domanda del tipo "Cosa pensi della morte del piccolo Tommaso?".
Cosa vuoi ne pensi? Cosa vuoi che ti dica, che è stata una gran cosa? Che razza di frase è questa? Quasi quasi mi piacerebbe sentire uno che, per smascherare l'assurdità di simili domande, rispondesse "Hanno fatto bene!". Ma non capiremmo, e magari metteremmo a morte anche lui.
Siamo un Paese facile all'indignazione, quando non costa nulla. Persino le curve degli stadi, luoghi dove cristianamente si augura all'avversario che è a terra con la gamba spezzata "Devi morire", si rifanno una verginità ostentando striscioni pro-Tommaso. Come se essere contro Tommaso fosse possibile.
A me dà fastidio l'indignazione gratuita, salottiera. A me dà fastidio l'opinione precotta, e precostituita. A me dà fastidio il desiderio di morte, questa marea montante che avverto; mi dà fastidio che ci si voglia sbarazzare del mostro mandandolo a morte, sciogliendolo nell'acido, prendendo a badilate anche lui, illudendoci che così sia possibile lavarci mani e coscienze, per richiuderci due minuti dopo nel nostro piccolo orticello. A me dà fastidio vedere che tutti piangono Tommaso, ma di Tommaso in realtà non frega niente a nessuno, hanno solo paura che qualcosa del genere succeda anche a loro e allora dalli all'assassino, dalli al mostro, ripuliamo la nostra società, via le erbacce, morte a chi la merita così dopo, alla fine, rimarremo solo noi, convinti di essere giusti. Mi dà molto fastidio chi non rispetta il silenzio e la riflessione, se ce n'è una, che questa tragedia dovrebbe imporre e che avrei voluto rispettare io per primo. Ma vivo in un Paese sempre più barbaro, dove adesso si discute anche della pena di morte; e mi tocca leggere che un uomo politico il cui nome non faccio per non far entrare la politica dove non deve entrare dice: "se non fossimo cristiani, saremmo per la pena di morte". Ma cosa vuol dire? Sei cristiano o non lo sei. In certe cose ci credi perchè sono tue, non perchè te lo impone il don con la predica della domenica; e se non è così, allora io che sono ateo sono più cristiano di te.
Siamo sempre pronti ad indignarci, quando è gratis. Siamo sempre pronti ad un appello inutile, ad un proclama, ad uno striscione. La nostra coscienza davvero si lava con poco, e se le macchie di sangue sono un pò troppo profonde, allora qualche litro di sangue ulteriore le manderà via.
Non mi ricordo dove ho letto questa bella frase: "A forza di occhio per occhio, vivremo in un mondo senza più occhi". Non posso fare altro che sposarla in pieno, rigettare con forza, oggi più che mai, qualsiasi ipotesi sulla pena di morte in Italia, e chiedere silenzio, solo silenzio, su quella piccola bara.

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sabato, 01 aprile 2006

Can't take my mind off you

C'è questa città, grigia e fredda e strana, c'è questo incomprensibile traffico anche se è solo un sabato pomeriggio piovoso, non dovrebbe esserci pioggia e traffico di sabato pomeriggio. C'è questa canzone che ascolto da qualche parte, o forse è solo la mia impressione e la canzone non è da nessuna parte, è solo dentro la mia testa. Ma ho sempre pensato che sarebbe bello se avessimo sempre una colonna sonora con noi, la canzone giusta per ogni momento, e la frase giusta e le cose giuste da dire in ogni momento, non pentirsi mai per le cose dette in modo sbagliato, nel momento sbagliato.
C'è questa strada che sembra non portare da nessuna parte, e c'è questo tavolino di un caffè del tutto indifferente a noi due, alle nostre canzoni, alle cose che ci siamo detti. C'è tutta questa gente attorno che è come se non ci fosse, ci passo attraverso e mi pare di non toccarli, di non vederli neanche. Ci sei tu che mi guardi e sorridi, ma è un sorriso triste come deve essere la mia faccia, sì, so che se potessi vederla la troverei triste, ma non voglio vederla.
Ci sono tutte le occasioni che abbiamo avuto, quelle che abbiamo sprecato, quelle che abbiamo giocato fino in fondo, e ora non mi va di contarle, non ora, non ora che sappiamo già tutto e sappiamo come andrà a finire perchè è già finita. Ci sono tutte le parole che avrei dovuto dirti e le ho tenute per me e così faccio anche ora. Ci sono tutte le somme e le sottrazioni e non mi sembra poi così assurdo non preoccuparmi affatto del bilancio in rosso. C'è il mio telefonino che riceve così tanti messaggi privi di qualsiasi significato, tanto che ne ho dovuto comprarne un'altro per difendermi dal vuoto di quelle parole, illudendomi di riempirlo così, con il nulla. Ci sono tutti i nostri film e le nostre discussioni con noi, non deve mancare niente al gran finale. Vorrei alzarmi e andarmene via, oppure rimanere seduto lì a quel tavolino per sempre, perchè almeno rimanga l'illusione di essere io quello che passerà a prenderti domani; o almeno, vorrei che ci fosse il mare per poterlo guardare, la spiaggia per potermi sedere sulla sabbia bagnata, ma qui c'è solo pioggia e vento e freddo e i colori sono solo un'illusione per chi può permetterselo.
Non c'è niente, ed è tutto lì allo stesso tempo, davanti ai nostri occhi, e adesso mi sembra tutto troppo grande per poter stare su quel piccolo tavolino di quel minuscolo caffè, troppo grande per poter stare nelle parole che ho tenuto per me e che vorresti sentire anche adesso, adesso che resto zitto e non dico niente ma vorrei piangere, mi piacerebbe piangere per quella parte di me che sta morendo oggi, in questo piovoso sabato pomeriggio di questa città.
Non c'è un sole che tramonta, non c'è un ponte su un fiume e noi due che dicendoci addio camminiamo in direzioni opposte, questo giorno l'avevo sempre immaginato così. C'è solo questa musica nella mia testa, c'è solo questa strada che sembra non portare da nessuna parte, e tu ti alzi e te ne vai e inizi a percorrerla mentre io vorrei piangere ma non ci riesco, vorrei dire qualcosa ma non ci riesco, solo questa musica nella mia testa e la consapevolezza che mentre cammini via non riesco, non riuscirò mai, a togliere via il mio sguardo da te.

postato da: Bad alle ore 21:18 | Permalink | commenti (39)
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