Modena
Erano le due di notte di ieri sera, io stavo per andare a dormire, felice per il magnifico giorno di riposo dal lavoro dell'indomani (cioè oggi) e felice anche perchè avevo passato una bella serata in compagnia di alcune amiche con la predisposizione all'introspezione alcolica: la mia preferita fra tutte le introspezioni!
Ma non ho spento il cellulare in tempo, come Fantozzi per tutta la vita non riuscirà mai a staccare in tempo la cornetta del telefono prima che Filini possa chiamarlo per fargli perdere l'attesissima partita dell'Italia in cambio del film d'autore in lingua cecoslovacca (ma con i sottotitoli in tedesco).
Quando il mio cellulare squilla, la suoneria (che non è più "Pride" degli U2) ricorda un pò quella di Fantozzi.
Non ricevo mai molte belle telefonate dai miei: in realtà la mia è una strana famiglia, che ho sempre ritenuto essere normalissima finchè non ne ho conosciuto altre. Raramente ci telefoniamo per ridere fra di noi (e poi, fra di noi ridiamo raramente, punto, preferibilmente ridiamo con gli altri), più spesso vengo scelto come terminale ultimo (e unico) degli sfoghi di parte dei componenti la famiglia D., spesso diretti contro qualche altro componente della famiglia D. Penso sia qualcosa che si trasmetta con il corredo genico, ci sono stati litigi in molte delle generazioni passate, ma chissà, quei miei avi dormivano in sette-otto in un'unica stanza e mangiavano sempre in sette-otto in un unico piatto e magari litigare doveva essere quasi normale fin dall'infanzia, e si continuava man mano che si cresceva con l'unica differenza che da bambini le liti si ricomponevano davanti ai genitori e da adulti invece venivano ricomposte davanti ai notai (ma per poco: voglio dire, c'era ben poco per cui litigare). Invece io e i miei fratelli, vabbeh, abbiamo diviso una sola stanza per lunghi anni, ma eravamo solo in tre, e abbiamo mangiato in piatti diversi, però alla fine i notai sono arrivati anche da noi. Col senso di colpa di essere stato mantenuto dalla mia famiglia fino alla laurea (sono divenuto autosufficiente a 25 anni, e poi in realtà quel senso di colpa è più che altro vigliaccheria, nel senso che non ho proprio il coraggio per litigare in famiglia) ho fatto allora il bel gesto di rinunciare a quasi tutta la parte che mi spettava della mia "eredità" anticipata (mio padre e mia madre vivono, spero per altri cent'anni o al massimo finchè loro vorranno e non noi), eccezion fatta per una somma tutto sommato irrisoria che investii nell'acquisto di una casa (che ho poi in maniera del tutto predicibile lasciato alla mia ex-moglie: perchè siamo tutti capaci e bravi ad essere un pò coglioni, ma pochi osano esserlo fino in fondo). Questo bel gesto però (unitamente all'esercizio della mia professione su qualcuno della mia famiglia a caso, e poi, più seriamente, al fatto che comunque loro mi vogliono bene e io ne voglio a loro) mi ha concesso questo ruolo super partes (manco fossi Napolitano): ascolto, anche quando davvero non vorrei perchè sono stanco o magari non vorrei e basta perchè magari sto a Milano solo come un cane e vorrei che qualcuno mi telefonasse per ridere e non sempre e solo per telefonate tristi che quando chiudo il telefono, cazzo, mi sento ancora più triste e stanco e svuotato di prima. Non che possa esimermi dal compito: l'accusa (subdola) di egoismo è lì bella pronta, e allora mi sottopongo al rito.
La mia è una strana famiglia, lo dico davvero. Si può sbagliare per disinteresse verso gli altri e si può sbagliare per troppo amore verso gli altri e credetemi se dico che noi (la famiglia D.) sbagliamo sempre per troppo amore e questo è il caso peggiore.
Così quella telefonata di ieri sera mi porta a sapere da fratello 2 che fratello 1 oggi era a Modena per un casino in cui si era cacciato ed era da solo, come sempre nella sua vita che ha tramutato, nonostante moglie e tre figli amatissimi, in una solitaria rivincita verso la famiglia D. che lo maltrattato/sottovalutato/non corrisposto.
Fratello 1 ha 50 anni. Un giorno, da bambini, per ripararmi da una botta di scopa in arrivo presumibilmente sulla mia testa da parte di una mamma arrabbiata (ve l'ho detto che siamo una strana famiglia) si rompe il polso, o almeno così la so io perchè mamma oggi che ha 74 anni di queste cose parla poco volentieri, ovvio. Fratello 1 era Dio per me, poi per fortuna cresci e diventi ateo. Ma è fratello 1, oggi a Modena, da solo, in un casino, e io ho il giorno di riposo al lavoro e alle due e venti decido che la sveglia libera diventa sveglia alle sei, mentre fratello 2 mi trasmette come sempre la sua preoccupazione, ma anche il suo astio verso fratello 1.
Modena è qui a 170 km. Vado.
Nove anni di Milano e la sua nascosta pomposità, che è tale persino nelle case di ringhiera ristrutturate, figuriamoci nei bellissimi-bruttissimi palazzi grigi in stile pseudo-liberty che troneggiano un pò ovunque dentro e fuori la cerchia, mi avevano fatto scordare l'Emilia vera. Oggi, a Modena, l'Emilia me la ricordano le case gialline a 3-4 piani, squadrate, quasi senza balconi, con un giardino senza fiori che corre intorno per non più di tre o quattro metri di perimetro, quelle case, quella semi-periferia profonda e per bene descritte così meravigliosamente senza mai fare ricorso a una immagine che sia una da Guccini nella canzone "Il pensionato", e in fondo è anche lui un pò modenese, quelle case che somigliano così tanto a quelle di via Castelmerlo, al quartiere San Vitale non lontano dal Sant'Orsola (il 14..), dove abitava lei quando avevo tutto e nulla davanti.
Invidio le famiglie giovani, hanno tutto ancora davanti a se. I bimbi piccoli o perlomeno in età scolare, i pranzi consumati assieme come regola e non come eccezione, normalmente non contemplano lutti o malattie ma al limite voti a scuola. Poi un figlio cresce e va via, una madre piange in segreto in cucina, e qualcosa si rompe e tu tenti di ritrovarne il filo in un'odore particolare in cucina o in quel rumore che fa il portone di casa tua richiudendosi dietro di te quando scendi da un treno che ti ha tenuto sveglio tutta la notte, ma non ci riesci mai.
Si può sbagliare per troppo amore e così una delle cose più importanti che ho capito nella mia vita è stata che crescere significa in gran parte liberarsi dal peso che la famiglia mette sulle tue spalle in maniera tanto involontaria quanto inesorabile; posso dire di esserci riuscito e forse per questo voglio bene oggi a un padre troppo assente per un bimbo vivace ma infelice come ero, a una madre che ha sopperito a questo con affetto e amore ma capace di scatti d'ira e permalosità per i quali, purtroppo, non ha mai chiesto scusa neanche a se stessa (però lei quel giorno che andai via mi sorrise quando partii e poi pianse in segreto in cucina e io questo non l'ho dimenticato e gliene sono grato), posso dire di voler bene a due fratelli troppo più grandi di me per non essere presi a modello da un bambino solitario, due fratelli che sono persone meravigliose se prese singolarmente ma che purtroppo la vita ha posto più vicino di quanto doveva.
Mi chiedo se G. ha capito perchè oggi sono comparso all'improvviso davanti a lui in quella via del centro di Modena, se ho girato con lui per uffici e segreterie, se infine l'ho ascoltato per quasi tre ore, quasi senza interrompere, fino a quando i suoi occhi si sono inumiditi e anche oltre mentre diceva che a 50 anni non si dovrebbe piangere e io posso solo dire che di certo si può piangere a 40. Mi chiedo se ha capito che ero lì non con la presunzione di aiutarlo, ma semplicemente con il desiderio di non lasciarlo solo, di essergli vicino, perchè troppe volte la mia famiglia ha fatto precedere il cuore dalla ragione e il pudore ha preso il posto degli abbracci.
Poi non ce l'ho fatta più ad ascoltare, gliel'ho detto e credo abbia capito, non ho debiti morali da estinguere verso la mia famiglia, solo quello di amarli, ma amare per me è sempre stato e sempre sarà un atto di libertà.
Non voglio più ascoltare, parlatevi fra di voi se ce la fate, ma io non voglio più stare a sentire e immagazzinare tutto questo e poi spegnere cellulari, o abbracciare persone, salutare, andare via, e morire un altro pò mentre voi (forse) vi sentite più sollevati.
Ma tanto lo so che non cambierà niente: vi ascolterò ancora, purtroppo sono il più forte, o forse il più codardo, o forse sono solo il più piccolo di tre fratelli che si vogliono troppo bene per vivere serenamente insieme.
Nino
Ma non ho spento il cellulare in tempo, come Fantozzi per tutta la vita non riuscirà mai a staccare in tempo la cornetta del telefono prima che Filini possa chiamarlo per fargli perdere l'attesissima partita dell'Italia in cambio del film d'autore in lingua cecoslovacca (ma con i sottotitoli in tedesco).
Quando il mio cellulare squilla, la suoneria (che non è più "Pride" degli U2) ricorda un pò quella di Fantozzi.
Non ricevo mai molte belle telefonate dai miei: in realtà la mia è una strana famiglia, che ho sempre ritenuto essere normalissima finchè non ne ho conosciuto altre. Raramente ci telefoniamo per ridere fra di noi (e poi, fra di noi ridiamo raramente, punto, preferibilmente ridiamo con gli altri), più spesso vengo scelto come terminale ultimo (e unico) degli sfoghi di parte dei componenti la famiglia D., spesso diretti contro qualche altro componente della famiglia D. Penso sia qualcosa che si trasmetta con il corredo genico, ci sono stati litigi in molte delle generazioni passate, ma chissà, quei miei avi dormivano in sette-otto in un'unica stanza e mangiavano sempre in sette-otto in un unico piatto e magari litigare doveva essere quasi normale fin dall'infanzia, e si continuava man mano che si cresceva con l'unica differenza che da bambini le liti si ricomponevano davanti ai genitori e da adulti invece venivano ricomposte davanti ai notai (ma per poco: voglio dire, c'era ben poco per cui litigare). Invece io e i miei fratelli, vabbeh, abbiamo diviso una sola stanza per lunghi anni, ma eravamo solo in tre, e abbiamo mangiato in piatti diversi, però alla fine i notai sono arrivati anche da noi. Col senso di colpa di essere stato mantenuto dalla mia famiglia fino alla laurea (sono divenuto autosufficiente a 25 anni, e poi in realtà quel senso di colpa è più che altro vigliaccheria, nel senso che non ho proprio il coraggio per litigare in famiglia) ho fatto allora il bel gesto di rinunciare a quasi tutta la parte che mi spettava della mia "eredità" anticipata (mio padre e mia madre vivono, spero per altri cent'anni o al massimo finchè loro vorranno e non noi), eccezion fatta per una somma tutto sommato irrisoria che investii nell'acquisto di una casa (che ho poi in maniera del tutto predicibile lasciato alla mia ex-moglie: perchè siamo tutti capaci e bravi ad essere un pò coglioni, ma pochi osano esserlo fino in fondo). Questo bel gesto però (unitamente all'esercizio della mia professione su qualcuno della mia famiglia a caso, e poi, più seriamente, al fatto che comunque loro mi vogliono bene e io ne voglio a loro) mi ha concesso questo ruolo super partes (manco fossi Napolitano): ascolto, anche quando davvero non vorrei perchè sono stanco o magari non vorrei e basta perchè magari sto a Milano solo come un cane e vorrei che qualcuno mi telefonasse per ridere e non sempre e solo per telefonate tristi che quando chiudo il telefono, cazzo, mi sento ancora più triste e stanco e svuotato di prima. Non che possa esimermi dal compito: l'accusa (subdola) di egoismo è lì bella pronta, e allora mi sottopongo al rito.
La mia è una strana famiglia, lo dico davvero. Si può sbagliare per disinteresse verso gli altri e si può sbagliare per troppo amore verso gli altri e credetemi se dico che noi (la famiglia D.) sbagliamo sempre per troppo amore e questo è il caso peggiore.
Così quella telefonata di ieri sera mi porta a sapere da fratello 2 che fratello 1 oggi era a Modena per un casino in cui si era cacciato ed era da solo, come sempre nella sua vita che ha tramutato, nonostante moglie e tre figli amatissimi, in una solitaria rivincita verso la famiglia D. che lo maltrattato/sottovalutato/non corrisposto.
Fratello 1 ha 50 anni. Un giorno, da bambini, per ripararmi da una botta di scopa in arrivo presumibilmente sulla mia testa da parte di una mamma arrabbiata (ve l'ho detto che siamo una strana famiglia) si rompe il polso, o almeno così la so io perchè mamma oggi che ha 74 anni di queste cose parla poco volentieri, ovvio. Fratello 1 era Dio per me, poi per fortuna cresci e diventi ateo. Ma è fratello 1, oggi a Modena, da solo, in un casino, e io ho il giorno di riposo al lavoro e alle due e venti decido che la sveglia libera diventa sveglia alle sei, mentre fratello 2 mi trasmette come sempre la sua preoccupazione, ma anche il suo astio verso fratello 1.
Modena è qui a 170 km. Vado.
Nove anni di Milano e la sua nascosta pomposità, che è tale persino nelle case di ringhiera ristrutturate, figuriamoci nei bellissimi-bruttissimi palazzi grigi in stile pseudo-liberty che troneggiano un pò ovunque dentro e fuori la cerchia, mi avevano fatto scordare l'Emilia vera. Oggi, a Modena, l'Emilia me la ricordano le case gialline a 3-4 piani, squadrate, quasi senza balconi, con un giardino senza fiori che corre intorno per non più di tre o quattro metri di perimetro, quelle case, quella semi-periferia profonda e per bene descritte così meravigliosamente senza mai fare ricorso a una immagine che sia una da Guccini nella canzone "Il pensionato", e in fondo è anche lui un pò modenese, quelle case che somigliano così tanto a quelle di via Castelmerlo, al quartiere San Vitale non lontano dal Sant'Orsola (il 14..), dove abitava lei quando avevo tutto e nulla davanti.
Invidio le famiglie giovani, hanno tutto ancora davanti a se. I bimbi piccoli o perlomeno in età scolare, i pranzi consumati assieme come regola e non come eccezione, normalmente non contemplano lutti o malattie ma al limite voti a scuola. Poi un figlio cresce e va via, una madre piange in segreto in cucina, e qualcosa si rompe e tu tenti di ritrovarne il filo in un'odore particolare in cucina o in quel rumore che fa il portone di casa tua richiudendosi dietro di te quando scendi da un treno che ti ha tenuto sveglio tutta la notte, ma non ci riesci mai.
Si può sbagliare per troppo amore e così una delle cose più importanti che ho capito nella mia vita è stata che crescere significa in gran parte liberarsi dal peso che la famiglia mette sulle tue spalle in maniera tanto involontaria quanto inesorabile; posso dire di esserci riuscito e forse per questo voglio bene oggi a un padre troppo assente per un bimbo vivace ma infelice come ero, a una madre che ha sopperito a questo con affetto e amore ma capace di scatti d'ira e permalosità per i quali, purtroppo, non ha mai chiesto scusa neanche a se stessa (però lei quel giorno che andai via mi sorrise quando partii e poi pianse in segreto in cucina e io questo non l'ho dimenticato e gliene sono grato), posso dire di voler bene a due fratelli troppo più grandi di me per non essere presi a modello da un bambino solitario, due fratelli che sono persone meravigliose se prese singolarmente ma che purtroppo la vita ha posto più vicino di quanto doveva.
Mi chiedo se G. ha capito perchè oggi sono comparso all'improvviso davanti a lui in quella via del centro di Modena, se ho girato con lui per uffici e segreterie, se infine l'ho ascoltato per quasi tre ore, quasi senza interrompere, fino a quando i suoi occhi si sono inumiditi e anche oltre mentre diceva che a 50 anni non si dovrebbe piangere e io posso solo dire che di certo si può piangere a 40. Mi chiedo se ha capito che ero lì non con la presunzione di aiutarlo, ma semplicemente con il desiderio di non lasciarlo solo, di essergli vicino, perchè troppe volte la mia famiglia ha fatto precedere il cuore dalla ragione e il pudore ha preso il posto degli abbracci.
Poi non ce l'ho fatta più ad ascoltare, gliel'ho detto e credo abbia capito, non ho debiti morali da estinguere verso la mia famiglia, solo quello di amarli, ma amare per me è sempre stato e sempre sarà un atto di libertà.
Non voglio più ascoltare, parlatevi fra di voi se ce la fate, ma io non voglio più stare a sentire e immagazzinare tutto questo e poi spegnere cellulari, o abbracciare persone, salutare, andare via, e morire un altro pò mentre voi (forse) vi sentite più sollevati.
Ma tanto lo so che non cambierà niente: vi ascolterò ancora, purtroppo sono il più forte, o forse il più codardo, o forse sono solo il più piccolo di tre fratelli che si vogliono troppo bene per vivere serenamente insieme.
Nino





