… e anche coglioni!
(Assai poco) gentile Presidente del Consiglio dei Ministri,
Le scrivo questa missiva senza farmi alcuna illusione: so benissimo che non solo Lei non la leggerà mai, ma anche che saranno pochissimi gli Italiani che la leggeranno. Purtuttavia, io, comune cittadino, non ho a disposizione giornali, televisioni, rotocalchi compiacenti, per lanciare accuse e smentirle dopo cinque minuti: ho solo un blog, letto pochissimo, per di più, perciò mi vorrà scusare (mi consentirà, non è vero? Anzi, mi permette di riappropriarmi, fra le altre cose, del verbo “consentire”, che Lei ha espropriato?) se uso questo blog per risponderLe in merito a quanto da Lei affermato stamane davanti alla platea della Confcommercio.
Cito le Sue testuali parole: "Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi".
Bene, signor Presidente del Consiglio, io sono proprio uno di quei milioni di Italiani al quale Lei ha dato del coglione stamattina, e la mia prima reazione, dopo aver letto (e udito) le Sue affermazioni, è stata, una volta di più, di profondo sdegno per le Sue parole così gravi, rivolte perlomeno alla metà dei cittadini del Paese di cui Lei è a capo del potere esecutivo. Così facendo Lei ha offeso me, la mia storia, la mia famiglia, la storia di una parte dell’Italia alla quale appartenere è stato ed è per me un privilegio. Tra l’altro, signor Presidente, io posso permettermi di non ritenerLa il mio Presidente: ma Lei non può permettersi, per il ruolo che occupa, di non ritenermi un Suo cittadino, e l’epiteto “coglione” non è esattamente quello che un buon Primo Ministro dovrebbe affibbiare alla metà dei propri elettori!
Ma poi ho pensato: perché sdegnarsi? In fondo, il Presidente ha ragione. Sì, signor Presidente, non c’è nessun motivo di arrabbiarsi, Lei ha detto una cosa giustissima. Infatti, a ben pensarci, io voto contro i miei interessi. Lavoro in una azienda del settore privato della Lombardia la quale ha tutti gli interessi a che Lei vinca queste e le future elezioni. Come dipendente di questa azienda, dovrei augurarmi una Sua vittoria. Ma non lo faccio.
Intendiamoci, signor Presidente: lungi da me qualsivoglia intenzione di atteggiarmi a martire, o di far finta che il mio sia chissà quale sacrificio. Il mio posto di lavoro è comunque ben saldo, e la Sua vittoria mi porterebbe si e no qualche centinaio di euro in più all’anno. Pur in bolletta fissa come sono, posso farne a meno e mangiare comunque tutti i giorni. Non sono certo un eroe.
Ma uno che vota contro i propri interessi, sì. E come me, dalla mia parte, ce ne sono tanti altri, per questo non mi offendo per la Sua frase, signor Presidente: Lei ci chiama “coglioni” perché non riesce a capire quello che siamo, perché dalla Sua parte tutti votano per il proprio portafoglio. Non sa come identificarci altrimenti, e allora, visto che il Suo vocabolario, così ricco e persino ridondante quando si affrontano altri argomenti, improvvisamente si impoverisce quando è della sinistra che si parla (tanto da sfiorare, diciamo, una certa monotonia), allora noi per Lei siamo coglioni.
Siamo coglioni perché votiamo (almeno in parte; non tutti, certo) anche secondo principi di solidarietà, di senso civile e sociale, che a Lei sono sconosciuti.
Siamo coglioni perché paghiamo le tasse e non reputiamo lo Stato un mostro da gabbare il più possibile, ma lo reputiamo quello che è, la res publica.
Siamo coglioni perché non vogliamo un Paese di furbi e furbetti, da qualunque parte essi stiano, compresa la nostra.
Lei questo non riesce a capirlo, e allora ci appella come ha fatto oggi. Perché dovrei offendermi? In fondo ci ha preso, come poche volte ha fatto in questi cinque anni. Quasi mi viene da ringraziarLa. E, molto sentitamente, salutarLa.
Arrivederci.
Anzi, visto che Le sto parlando come al Presidente del Consiglio, addio.


