Good luck!
Ok, niente riferimenti all'età, sta di fatto che nel 1966, seppur di poco, non c'ero, e la beatlesmania proprio non potevo beccarmela, quasi fosse una malattia. Con 40 anni di ritardo, complice un amico di recente conoscenza (però amico) beatlesiano da sempre (nonostante sia nato quando i Fab Four si erano già divisi da un pezzo), un concerto dei Rolling Stones a cui sono andato in qualità di... rianimatore assegnato personalmente alla band, durante il quale peraltro Jagger e compagnia li ho visti (per fortuna o sfortuna, non so) solo sul palco (che c'entrano gli Stones? Beh, sempre di musica dei padri si tratta), complice il fatto che gli U2 non fanno un disco davvero eccellente da quindici anni, insomma, mi sono trovato catapultato mani e piedi nella beatlesmania, che andava bene se vivevi nella swinging London nel 1966, ma se stai in zona Washington a Milano nel 2006 qualche dubbio ti viene sulla tua sanità mentale.
Non so, forse la cosa che davvero mi attrae di più dei Beatles è l'idea che a quei tempi la musica era lì, tutta da scrivere, così come la storia dei nostri giorni. Era come lavorare su una materia grezza, e pian piano tirarne fuori lo spirito nascosto. Anzi, no, era come avvicinarsi allo spirito nascosto. I Beatles per primi hanno lavorato quella materia grezza, e lo spirito si è loro rivelato pienamente, forse perchè oltre ad essere menti musicalmente (e non solo) eccezionali erano appunto i primi a cercare quello spirito, dapprima inconsapevolmente o quasi, poi in maniera sempre più consapevole. Pensate che John, Paul, George e Ringo sfornavano mediamente un album ogni sette-otto mesi, più una nutrita serie di singoli di successo. Il loro primo LP, "Please please me", fu registrato in una sola giornata in complessive 12 ore. La materia grezza si offriva generosa a coloro che per primi si apprestavano a darle forma. Pensate invece ai gruppi odierni: se va bene, un disco ogni tre anni! Con questo non dico che Thom Yorke, o Michael Stipe, siano meno fecondi di Lennon-Mc Cartney: credo invece che oggi è stato tutto scritto o quasi, e lo spirito si è quasi nascosto e trovarlo è sempre più difficile, bisogna passare dall'elettronica, affogare le melodie, quasi che avere fatto "Ok computer" fosse una colpa e non un merito. Ai Beatles bastava spostare una linea di basso, un riff di chitarra, ed eccoli esplorare un nuovo mondo, per primi. Yorke, Stipe e gli altri si trovano davanti un mondo così noto da risultare quasi noioso: sono solo stati più sfortunati a nascere venti, trenta, quaranta anni dopo.
Per restare in tema, ieri sera ero alle Scimmie a sentire un gruppo di ragazzi di Perugia in trasferta milanese, il cui cantante è un parente di quel mio amico di cui sopra. A parte il nome del gruppo, da cambiare al più presto ("Figli di John", dove John è ovviamente John Lennon), i ragazzi mi sono piaciuti. Hanno suonati quasi due ore di musica composta da loro, e un'oretta di cover, e almeno cinque o sei dei loro pezzi che ho sentito ieri sono molto meglio di tanta schifezza che sento in giro. Metto qui il link alla loro homepage dove ovviamente si può ascoltare qualcosa delle loro canzoni, sono bravi anche se ovviamente pagano molto (troppo) pegno al signore di cui si dichiarano figli. Purtroppo per loro, sono nati nel posto sbagliato, Italia, Perugia. La buona fortuna di questo post la auguro a loro, chiunque prenda una chitarra e scriva una canzone sognando di calcare un giorno un palco ben più prestigioso di quello di un locale milanese merita un grande "in bocca al lupo".
Help!
Nino
Ok, niente riferimenti all'età, sta di fatto che nel 1966, seppur di poco, non c'ero, e la beatlesmania proprio non potevo beccarmela, quasi fosse una malattia. Con 40 anni di ritardo, complice un amico di recente conoscenza (però amico) beatlesiano da sempre (nonostante sia nato quando i Fab Four si erano già divisi da un pezzo), un concerto dei Rolling Stones a cui sono andato in qualità di... rianimatore assegnato personalmente alla band, durante il quale peraltro Jagger e compagnia li ho visti (per fortuna o sfortuna, non so) solo sul palco (che c'entrano gli Stones? Beh, sempre di musica dei padri si tratta), complice il fatto che gli U2 non fanno un disco davvero eccellente da quindici anni, insomma, mi sono trovato catapultato mani e piedi nella beatlesmania, che andava bene se vivevi nella swinging London nel 1966, ma se stai in zona Washington a Milano nel 2006 qualche dubbio ti viene sulla tua sanità mentale.
Non so, forse la cosa che davvero mi attrae di più dei Beatles è l'idea che a quei tempi la musica era lì, tutta da scrivere, così come la storia dei nostri giorni. Era come lavorare su una materia grezza, e pian piano tirarne fuori lo spirito nascosto. Anzi, no, era come avvicinarsi allo spirito nascosto. I Beatles per primi hanno lavorato quella materia grezza, e lo spirito si è loro rivelato pienamente, forse perchè oltre ad essere menti musicalmente (e non solo) eccezionali erano appunto i primi a cercare quello spirito, dapprima inconsapevolmente o quasi, poi in maniera sempre più consapevole. Pensate che John, Paul, George e Ringo sfornavano mediamente un album ogni sette-otto mesi, più una nutrita serie di singoli di successo. Il loro primo LP, "Please please me", fu registrato in una sola giornata in complessive 12 ore. La materia grezza si offriva generosa a coloro che per primi si apprestavano a darle forma. Pensate invece ai gruppi odierni: se va bene, un disco ogni tre anni! Con questo non dico che Thom Yorke, o Michael Stipe, siano meno fecondi di Lennon-Mc Cartney: credo invece che oggi è stato tutto scritto o quasi, e lo spirito si è quasi nascosto e trovarlo è sempre più difficile, bisogna passare dall'elettronica, affogare le melodie, quasi che avere fatto "Ok computer" fosse una colpa e non un merito. Ai Beatles bastava spostare una linea di basso, un riff di chitarra, ed eccoli esplorare un nuovo mondo, per primi. Yorke, Stipe e gli altri si trovano davanti un mondo così noto da risultare quasi noioso: sono solo stati più sfortunati a nascere venti, trenta, quaranta anni dopo.
Per restare in tema, ieri sera ero alle Scimmie a sentire un gruppo di ragazzi di Perugia in trasferta milanese, il cui cantante è un parente di quel mio amico di cui sopra. A parte il nome del gruppo, da cambiare al più presto ("Figli di John", dove John è ovviamente John Lennon), i ragazzi mi sono piaciuti. Hanno suonati quasi due ore di musica composta da loro, e un'oretta di cover, e almeno cinque o sei dei loro pezzi che ho sentito ieri sono molto meglio di tanta schifezza che sento in giro. Metto qui il link alla loro homepage dove ovviamente si può ascoltare qualcosa delle loro canzoni, sono bravi anche se ovviamente pagano molto (troppo) pegno al signore di cui si dichiarano figli. Purtroppo per loro, sono nati nel posto sbagliato, Italia, Perugia. La buona fortuna di questo post la auguro a loro, chiunque prenda una chitarra e scriva una canzone sognando di calcare un giorno un palco ben più prestigioso di quello di un locale milanese merita un grande "in bocca al lupo".
Help!
Nino


